La giustizia sacrificata nella gara al consenso
ITALIA. Se il tono dell’imminente campagna elettorale si annuncia già dalla irrituale iniziativa di giovedì del ministro della Giustizia Carlo Nordio per la grazia al gioielliere di Grinzane Cavour Mario Roggero, istruita ancor prima che quest’ultimo varcasse le soglie del carcere di Bollate (lo ha fatto ieri pomeriggio) e che sua moglie presentasse la domanda, prepariamoci al peggio.
Lettura 2 min.Perché il campo, purtroppo, è quello della pura speculazione politica, intesa nel senso più deteriore del termine, dove il rispetto degli equilibri tra i poteri dello Stato viene relegato a un orpello fastidioso. Non si spiega altrimenti la mossa di Nordio, magistrato di lungo corso, che certo non può ignorare che la grazia è un atto di clemenza, di perdono, non di rivalsa verso una sentenza non condivisa. E soprattutto, come gli ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella in un incontro chiarificatore faccia a faccia al Quirinale, è un atto che spetta esclusivamente al Capo dello Stato. Il «clima sereno» nel quale si è svolto l’incontro, come sottolineano i comunicati ufficiali, non basta a dissimulare la gravità del conflitto istituzionale, tanto che il Quirinale, nella nota stampa, ha voluto attingere all’ auctoritas di Luigi Einaudi, che così scriveva: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».
La grazia al gioielliere
Ma Nordio è consapevole che in certi ambienti la bacchettata di Mattarella vale come una medaglia al valore, tanto che da Palazzo Chigi si è subito fatto intendere che la mossa di via Arenula era stata condivisa, e Giorgia Meloni ieri mattina sui social scriveva: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto»(dimenticando che per la legge Roggero non si è difeso, ma ha sparato a chi stava fuggendo). A strascico, la battaglia per la grazia al gioielliere di Grinzane Cavour ha interessato tutto il centrodestra, anche se con toni e sfumature diverse. Ma è fin troppo chiaro che la preoccupazione principale, più che per le sorti del 72enne condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per l’uccisione di due rapinatori che fuggivano dopo aver assaltato il suo negozio, è occupare posizioni strategiche in un teatro politico-mediatico sempre più a trazione Vannacci.
Un gioco pericoloso, perché non solo mette sulla graticola delle fazioni (non bastava il caso Minetti) un istituto delicatissimo come quello della grazia, confondendo la cancellazione della pena per motivi di clemenza con un illegittimo contrappeso funzionale a un presunto vizio nella sentenza di condanna, ma anche perché sembra voler giustificare una configurazione di poteri che non trova riscontro nel dettato costituzionale (da qui la convocazione urgente al Colle del ministro Nordio). Un gioco che non fa che gettare benzina sul fuoco di una vicenda già di suo incandescente. Perché non si può nemmeno guardare con indifferenza il dramma di un uomo di 72 anni che si appresta a scontare una pena di quasi 15 anni, in pratica un ergastolo de facto . Ma quella sentenza è stata decisa, dopo tre gradi di giudizio, da magistrati che hanno applicato la legge sulla legittima difesa, quella voluta nel 2019 da Salvini, allora ministro dell’Interno, (e tra gli altri votata anche dai Cinque Stelle). Magistrati che hanno stabilito che quella di Roggero non è stata legittima difesa. Cavalcare la disperazione di un uomo e della sua famiglia non fa bene né a lui, né agli equilibri istituzionali del Paese e mette il Quirinale in una posizione scomoda, trascinando una lacerante vicenda umana in un clima da stadio, come se decidere se concedere la grazia o meno equivalesse a concedere un rigore in una partita di calcio.
La giustizia «fai da te»
In questo scenario, non può non destare preoccupazione un crescente e diffuso consenso verso un’ideale di giustizia «fai da te». Uno scivolamento progressivo causato anche dalla normalizzazione della violenza nel discorso pubblico e da una cultura che si spaccia per popolare e che tende a sovrapporre le categorie del giusto e del forte. E una politica sempre meno capace di trattenere e governare e sempre più tentata di passare velocemente all’incasso, premendo sull’acceleratore del «tutto e subito», ad ogni costo.
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