Lo sguardo cristiano sull’esistenza

SANTI E DEFUNTI. La Solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti dicono dello sguardo cristiano con cui leggere la vita.

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Sono un modo, scolpito dalla fede, con cui guardare all’esperienza più drammatica della condizione umana. La finitudine. Perché l’umano fa i conti costantemente con la tragedia della fine. Con il fatto che siamo costretti, nostro malgrado, a essere finiti. E la nostra esistenza, con tutto quello che facciamo, in fondo è cercare come si possa gestire il mistero oscuro dell’avere un termine.

È un aspetto così radicale che tocca proprio tutti: per questo le due celebrazioni si portano dentro un bisogno di totalità, tutti i santi e tutti i defunti.

Segni di una speranza. Non c’è società possibile senza un orizzonte che faccia i conti con la certezza della morte e con l’urgenza della vita

I santi sono coloro che hanno vissuto una vita così piena che deborda oltre il margine della fine; il ricordo di coloro che ci hanno lasciato è l’esercizio di speranza che incontra la fine a partire dal fatto che uno - Gesù - è risorto dai morti.

Un cammino d gratitudine

Per prima cosa, la celebrazione della santità e il ricordo di coloro che ci hanno preceduto indicano un cammino di gratitudine. Non facile, ma prezioso. Un sentimento che fa da baluardo contro la possibilità che la tristezza della fine si mangi tutto lo spazio disponibile. Guardare ai santi significa riconoscere che ci sono traiettorie di vita che non sono state spezzate dalla fine, anche se hanno dovuto sperimentare la morte. C’è un modo di parlare, di scegliere e di comportarsi che fa una differenza. Che indica un fine, una direzione, non si limita ad aspettare e gestire la fine. Ci sono esistenze che tracciano un sentiero di vita più viva, più piena.

Ricordare i defunti, gesto di comunanza con la famiglia umana

E il ricordo dei defunti - anche di quelli sconosciuti, di cui non si custodiscono più i lineamenti né le storie, ma solo il nome su qualche lapide sbiadita - dice di una comunanza con la famiglia umana, di una solidarietà che li rende compagni della nostra avventura. Noi oggi siamo qui perché altri prima di noi, con i loro gesti e le loro parole, hanno reso possibile il mondo e le condizioni che ci vedono ora partecipi dello stesso dono e impegnati nella stessa responsabilità - che è l’essere al mondo. In questo senso, c’è una gratitudine diffusa da riscoprire e da custodire, che ci avvicina e ci consegna il debito di esistere - non come qualcosa che ci opprime, ma come qualcosa che ci chiama.

Riappropriarsi del trauma della morte

In secondo luogo, le due celebrazioni sono atti di trasfigurazione. Ci aiutano a rileggere con uno sguardo non ovvio il trauma della morte. A riappropriarcene. La santità disegna a mano libera percorsi di uomini e donne molto diversi tra loro, accomunati dal fatto che, nel dono generoso della vita per qualcosa e per Qualcuno più grande - che rimane anche dopo che loro sono passati - hanno sperimentato un’eccedenza.

Un di più della vita sulla morte: nel perderla, non si sono persi. I defunti sono coloro che non lasciamo andare e, con il passare del tempo, ritroviamo diversi. Qualcosa si sistema, altro trova una collocazione differente, alcune animosità perdono la forza che avevano avuto sul momento. Sempre si riscopre che ciò che abbiamo condiviso ha lasciato un’eredità incancellabile - a volte bella, altre scomoda. C’è una possibilità di salvezza e di guarigione che passa attraverso le preghiere, le candele accese e i fiori portati al cimitero in questi giorni: perché le lacrime non vadano perdute, perché le cicatrici siano affrontate, perché il donare la vita possa essere riscoperto come medicina che guarisce il passato, perché i nostri cari possano essere incontrati dentro un legame che ce li rivela vivi e affidati a Dio.

La memoria e il futuro

E ciò apre a un terzo aspetto. La dimensione di memoria dei santi e dei defunti porta, spontaneamente, ad associare queste due giornate al senso del passato. In realtà, sono due condizioni di presente. Addirittura, di futuro. Non c’è società possibile senza un orizzonte che faccia i conti con la certezza della morte e con l’urgenza della vita. La rimozione della morte e del suo dramma spegne la percezione dell’imperativo di dover vivere. E di dover vivere bene, «santamente». Lo si vede, di riflesso, nella fatica a scegliere che le giovani generazioni sperimentano dentro il nostro contesto pluralista, che ha moltiplicato le sue possibilità: se nulla finisce, nessuna scelta sembra valere una vita intera. Queste due celebrazioni sono dunque segni di una speranza: che la fine non abbia l’ultima parola sul fine.

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