(Foto di Ansa)
ITALIA. Ecco di nuovo in primo piano il tema della legge elettorale, il tormentone che pochi Paesi conoscono come l’Italia, che continua a cambiare il modo di eleggere il Parlamento, mentre grandi democrazie se lo tengono, magari un po’ acciaccato, da secoli addirittura.
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Abbiamo visto di tutto, dopo un referendum poco sensato, dal Mattarellum al Porcellum al Rosatellum, secondo il latinorum beffardo di Giovanni Sartori, che raccomandava metodi sperimentati (sono due o tre nel mondo) e non la furbesca ricerca di un vantaggio per la maggioranza di turno, che poi oltretutto regolarmente perde le elezioni. Il tema è importante, non si creda ai benaltristi, perché siamo in una fase storica in cui la democrazia traballa e sbagliare sulle regole vuol dire consegnarsi a imbroglioni alla Farage o spacconi pericolosi alla Trump.
Si discute per ora su una bozza di centrodestra, orribilmente chiamata «Stabilicum», perché darebbe stabilità (già oggi con Meloni ci sarebbe, ma da sola non garantisce di governare bene) e in realtà consentirebbe ad una coalizione che tocca il 40% di prendersi il 55% dei seggi. Ai tempi della legge truffa, per molto meno venivano divelti i braccioli delle poltrone della Camera e Pajetta faceva Tarzan in Aula. La Corte Costituzionale ha già ammonito che cose così non si fanno, e forse basterebbe starla a sentire attorno ad un tavolo di maggioranza e opposizione. C’è però un comune timore e cioè che alle urne finisca con un pareggio o, ancor peggio, con Calenda e Vannacci determinanti («Ipsos» dixit). Fine delle leadership Meloni e Schlein e inizio di una scomoda operazione verità perché lo stop al bipopulismo rimetterebbe in gioco la politica e l’intero sistema, oggi basato, di qua e di là, sulla finzione di andar d’accordo anche se c’è totale disaccordo. È lo spettacolo di ogni giorno su piccolezze come Europa, Usa, Russia, Ucraina, Israele, economia ed energia (patrimoniale, nucleare, clima…). Insomma, sarebbe un bel guaio per i due blocchi una legge elettorale che spingesse fuori dalla «comfort» zone delle cose mai decise, costringendo - diciamo per esempi - Forza Italia a dire finalmente no a Salvini, quest’ultimo a credere nell’Europa, Meloni a diventare volonterosa e senza nostalgia per Orban, Schlein a chiedere chiarezza a Conte su riarmo, Putin e via dicendo. Vedremo in mesi di balletti e contromosse come si avvierà il confronto e non vogliamo qui entrare in tecnicalità oggi premature oltre che astruse.
In questa fase ci basterebbe un accordo su una cosa che a parole tanti vogliono, il ripristino delle preferenze e del rapporto tra eletti ed elettori. A piccoli passi, si è arrivati al Parlamento del tutto prefabbricato tra quattro mura in notti dai lunghi coltelli tra capibastone. A lista fatta un candidato poteva anche evitare la fatica di fare campagna elettorale, prova ne sia l’esistenza di un tariffario dei partiti per gli eletti (hai il posto sicuro, paga). La conseguenza peggiore di questo metodo è che abbiamo avuto non il Parlamento dei potenziali migliori ma dei più fedeli nel rapporto con i vertici. Si guardi al dibattito attuale nei pochi partiti che hanno una dialettica interna. Rari confronti sui principi (cattolici e laici per esempio), nessun vero dibattito negli organi statutari (durano un paio d’ore e finiscono senza voto), l’inutilità dei congressi, la cancellazione della selezione, della formazione, della scelta funzionale al consenso degli elettori.
Il dibattito politico è asfittico, mai culturale, piuttosto slogan sul modello talk show, gli elettori non sanno chi li rappresenta, il collegio come luogo di ascolto non esiste più, il rapporto personale con i cittadini che nei fine settimana costituiva il sale di una democrazia partecipata, è sostituito da conventicole elitarie per la costruzione di solidarietà di potere. Da qui anche l’ipocrisia della regola che stabilisce un limite al numero di mandati, con eccezioni che sono diventate regola per decine di parlamentari a vita, magari meritatamente ma contro le regole. Ecco perché c’è disamore per la politica, talora disprezzo per eletti che non rappresentano più la loro base. Un cambiamento su queste cose sarebbe davvero meritorio.
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