Parlamento umiliato dalle assenze
ITALIA. Volete umiliare un Parlamento? Non serve chiuderlo, scioglierlo o entrare dentro sparando come fece il colonnello Tejero al Congresso dei deputati spagnolo il 23 febbraio 1981. Basta lasciarlo morire d’inedia, un’assenza alla volta. Fino a trasformare il luogo principe della democrazia, dove dovrebbe risuonare la voce di un popolo attraverso i suoi rappresentanti, in un’aula vuota, nemmeno sorda e grigia. Semplicemente vuota.
Lettura 1 min.Il 13 ottobre mattina il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alla Camera per parlare di una questione non trascurabile: i soldi degli italiani. Doveva spiegare perché lo Stato avesse bisogno di indebitarsi per altri 29 miliardi, destinati all’energia e alla difesa. Questione drammatica e complessa. Ad ascoltarlo c’erano dodici deputati, appena cinque della maggioranza. Meno di una riunione di condominio. Hanno tradito la stessa etimologia del luogo: «Parlamento».
Giorgetti ha ringraziato sarcasticamente i presenti. Avrebbe potuto salutare gli assenti, che erano molti di più. Poi, quando è arrivato il momento di votare, il miracolo: sono ricomparsi in massa. Come gli studenti che disertano le lezioni, ma si presentano puntuali all’esame. Soltanto che qui l’esame riguarda il futuro di un popolo che paga i suoi rappresentanti perché partecipino al dibattito politico e istituzionale.
Da anni il Parlamento viene progressivamente svuotato delle sue funzioni, trasformato da luogo principe del confronto politico in una succursale del governo, dove le leggi arrivano già confezionate e vengono approvate a colpi di fiducia
E pensare che il dibattito era stato previsto di martedì proprio per evitare le tradizionali assenze del lunedì e venerdì. Ma martedì evidentemente si è optato per il weekend lungo. Forse però il problema è più profondo. Da anni il Parlamento viene progressivamente svuotato delle sue funzioni, trasformato da luogo principe del confronto politico in una succursale del governo, dove le leggi arrivano già confezionate e vengono approvate a colpi di fiducia. La discussione è considerata una perdita di tempo, il dissenso un fastidio, gli emendamenti un intralcio. L’aula è diventata un pulsantificio di gente con il trolley: si entra, si preme il tasto indicato dal capogruppo e si esce. Senza neppure disturbare il pensiero.Eppure sarebbe comodo assolvere gli assenti attribuendo ogni colpa a questo sistema. Perché una cosa è essere stati privati di una parte del proprio potere, un’altra è rinunciare anche alla propria dignità.
Nessuna fiducia imposta dal governo impedisce a un deputato di sedersi al suo posto e ascoltare il ministro che riferisce sui conti pubblici. È il minimo sindacale della democrazia. Prima ancora che un dovere istituzionale, una questione di educazione civica.Si dirà che il lavoro parlamentare si svolge anche nelle commissioni, negli uffici, nei collegi elettorali. Verissimo. Ma ci sono momenti in cui esserci è già una forma di rispetto. E un Parlamento che non trova il tempo di ascoltare chi decide come spendere i soldi dei cittadini non può stupirsi se i cittadini smettono di ascoltare lui. La democrazia parlamentare non muore soltanto quando qualcuno la calpesta. A volte si spegne più banalmente, per disinteresse.
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