Sospendere i giudizi, ma non la giustizia

ITALIA. Bentornata estate italiana. Se i riflettori del primo semestre 2026 hanno puntato prevalentemente sullo scenario internazionale - fra il conflitto iraniano e i sempre più marcati deliri del presidente americano - non si può dire che luglio sia stato avaro di emozioni (e di emotività) sul palcoscenico nostrano.

Lettura 2 min.

Abbiamo inanellato, senza soluzione di continuità, una vicenda giudiziaria che ha spaccato in due il Paese; un fatto di cronaca nera che ha messo a ferro e fuoco le coscienze e la città di Bologna; un disegno su un tema delicatissimo come l’imputabilità dei minori trasformato in legge. Un’abbuffata che ha ingolfato l’opinione pubblica e che, giocoforza, è stata il principale teatro dello scontro politico - prima importante chiamata alle armi, insieme alla modifica della legge elettorale, della lunga campagna che ci condurrà alle elezioni del 2027.

C’è una linea sottile che tiene insieme il caso Roggero, la tragica morte di Abderrahim Fakir e l’approvazione del ddl «anti maranza». Una sorta di sospensione delle coscienze che prova a chiamare in causa una sospensione del concetto di giustizia stesso, minandolo. Come ci ha ricordato lo scrittore Paolo Giordano dalle colonne del «Corriere della Sera», la legge comune ha davvero senso solo se si applica nell’istante. Finché sussiste (resiste?) lo stato di diritto, la legge non si sospende, mai. Non può fare eco a coscienze «a corrente alternata», magari in cerca di giustificazione.

Mario Roggero non è un martire della giustizia. È un individuo rispetto al quale il procedimento giudiziario ha fatto il proprio corso, ponderando attenuanti e precedenti. La vicenda di Bologna è più delicata, anche perché ancora piena di lati oscuri, che ci auguriamo le indagini possano chiarificare consentendo alla giustizia di fare il proprio corso. Pare evidente, da un lato, che non stiamo parlando di uno di quegli aberranti episodi in stile Ice; dall’altro che qualcosa fra immobilizzazione e spray al peperoncino sia andato storto, molto storto. E il silenzio, il vuoto che lascia quella morte in diretta, spande il suo rumore sopra qualunque considerazione e distinguo. Sordo, come le orecchie di tutti i presenti - in cui temiamo di riconoscerci - a quelle dieci richieste di aiuto. La strumentalizzazione politica non si è fatta attendere, perlopiù a destra. D’altro canto, il centro-sinistra pare molto più concentrato sul proprio ombelico, facendo e disfacendo prove di campo largo, e nelle ultime settimane nemmeno su una battaglia identitaria e strategicamente vitale come quella per le preferenze è stato in grado di rilanciare.

La discesa in campo del generale Vannacci, cui va il merito di esprimere ad oggi il programma politico più esplicito e comprensibile, per quanto deprecabile, ha innescato a destra una competizione valoriale capace di arrivare a fare bandiere delle pericolose «amnesie» sulla giustizia che descrivevo poc’anzi. Sia nella destra movimentista che in quella - cosa ben più grave - di governo. Cito la conclusione del videomessaggio della premier Meloni (nota ufficiale di Palazzo Chigi) a seguito dell’approvazione del ddl anti maranza da parte del governo: «Uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano. E ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi. Perché non c’è vera libertà senza responsabilità». Meloni afferma un principio sacrosanto nel momento in cui presenta libertà e responsabilità quali facce della stessa medaglia. Di lì passa il funzionamento di qualsiasi società che non si fondi direttamente sulla subordinazione. Ma il concetto stride, anzi, muove nella direzione diametralmente opposta della norma anti maranza, che - pur contenendo qualche buona idea, come la stretta su possesso e vendita di coltelli e lame ai minorenni - nel complesso ricerca la soluzione più semplice per fronteggiare il fenomeno della delinquenza giovanile, avvicinando il trattamento riservato agli adolescenti a quello degli adulti. Ma gli adolescenti rimangono adolescenti, con il loro bisogno dell’obbligo scolastico, la loro vitalità, la loro corteccia cerebrale non ancora sviluppata, il loro bisogno di «essere visti».

Una società che abdica al compito di educare e accompagnare gli adolescenti nei momenti più duri, derogando il tutto al sistema giudiziario, è una società che viene meno ai propri doveri fondamentali

Concludo ritornando ai fondamentali. L’articolo 2 della Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo - e dunque la sua libertà - ponendoli in intima connessione coi doveri di solidarietà politica, economica e sociale. Una società che abdica al compito di educare e accompagnare gli adolescenti nei momenti più duri, derogando il tutto al sistema giudiziario, è una società che viene meno ai propri doveri fondamentali. Una società che don Lorenzo Milani ripudierebbe. Specchio di un’Italia che oggi non vuole assumersi la responsabilità del proprio futuro.

*presidente delle Acli di Bergamo

© RIPRODUZIONE RISERVATA