Stati Uniti, i contrappesi al potere di Trump
MONDO. «Riportano costantemente notizie false quando si occupano di me o del Paese - è l’accusa di Trump -. Sono fake news». Associazioni di giornalisti e opposizione denunciano una possibile violazione del Primo emendamento della Costituzione americana, quello che tutela la libertà d’espressione. Ai giudici la (non) ardua sentenza.
Lettura 2 min.Da più di cinquant’anni, periodicamente, riemerge l’allarme per il carattere «imperiale» della presidenza degli Stati Uniti, perlomeno da quando nel 1973 lo storico Arthur M. Schlesinger Jr. dedicò un libro alla concentrazione di potere nelle mani dell’inquilino della Casa Bianca. Trump certo non fa nulla per sgombrare il campo da eventuali dubbi, come testimonia da ultimo la decisione di mettere al bando tre testate giornalistiche - Cnn, MsNow e Politico - dalla Casa Bianca. «Riportano costantemente notizie false quando si occupano di me o del Paese - è stata l’accusa - Sono fake news». Associazioni di giornalisti e opposizione denunciano una possibile violazione del Primo emendamento della Costituzione americana, quello che tutela la libertà d’espressione. Ai giudici la (non) ardua sentenza.
Anche se l’attenzione dei media mainstream europei è quasi tutta - e comprensibilmente - per il presidente degli Stati Uniti, che peraltro ha trasformato in una strategia la «saturazione» dello spazio mediatico a suon di post sui social e continui punti stampa con i giornalisti, prima di sancire una presunta deriva autoritaria in corso può essere utile tenere conto di come si sono mossi - anche solo negli ultimi giorni - pesi e contrappesi istituzionali americani. Trump, per esempio, proprio in queste ore si è lamentato pubblicamente del comportamento della Corte Suprema, al cui interno peraltro c’è una maggioranza di toghe di orientamento conservatore.
Lo scorso 15 settembre i giudici federali, accogliendo il ricorso di alcuni Stati democratici, hanno bloccato definitivamente un ordine esecutivo del presidente che imponeva limitazioni e ulteriori controlli di Washington sul voto per posta (che nel 2024 è stato utilizzato da un terzo degli elettori statunitensi). Negli scorsi mesi, poi, ci sono state decisioni dall’alto valore simbolico, come quella che ha confermato lo «ius soli» per l’acquisizione della cittadinanza, annullando un altro ordine esecutivo della Casa Bianca che tentava invece di limitarlo. Sempre la Corte poi ha ritenuto illegittimi alcuni dazi commerciali imposti da Washington senza l’avallo del potere legislativo. Proprio il ruolo del Congresso, per chi non segua quotidianamente e da vicino la politica americana, rischia anch’esso di essere sottovalutato.
Sempre per limitarci alle cronache degli ultimi giorni, è degno di nota che l’ultima decisione del Parlamento statunitense prima dell’inizio della pausa elettorale in vista delle elezioni di metà mandato di novembre sia stata quella di approvare un pacchetto di dure sanzioni contro la Russia. Il presidente, che rispetto a Vladimir Putin ha mostrato finora una strategia ambigua, alternando aperture diplomatiche (per esempio sull’Ucraina) e irrigidimenti sul campo (Venezuela e Iran), ha subito firmato la legge approvata dal Congresso e che a Mosca sicuramente non piacerà.
Una democrazia liberale con 250 anni di storia alle spalle non può essere osservata e valutata solo secondo criteri personalistici o semplificazioni mediatiche
Infine, negli scorsi mesi aveva fatto giustamente discutere lo scontro istituzionale fra Trump e il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell. Il primo, in sostanza, imputava al secondo di non ridurre a sufficienza il costo del denaro; e il secondo ricordava al primo che l’inflazione non era affatto domata e che la politica monetaria doveva rimanere autonoma. Powell, con già due mandati alle spalle, non è stato rinnovato e al suo posto il presidente - come da prassi - ha indicato un successore, l’economista Kevin Warsh. Nelle prime settimane molto si è speculato sulla vicinanza di Warsh a Trump o sulla sua possibile futura accondiscendenza verso i desiderata del presidente. Invece lo scorso 16 settembre Warsh ha comunicato un rialzo dei tassi d’interesse di riferimento, il primo da tre anni a questa parte. Gli appelli pubblici di Trump chiedevano esattamente l’opposto. Ma una democrazia liberale con 250 anni di storia alle spalle non può essere osservata e valutata solo secondo criteri personalistici o semplificazioni mediatiche.
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