L’urlo silenzioso della madre davanti alla morte dei 2 figli
IL MEMOIR . Yiyun Li affronta l’indicibile con una prosa limpida e trattenuta, cercando un modo per dare forma all’abisso fino a un’accettazione radicale dei fatti.
Lettura 2 min.«Non c’è un modo giusto per dirlo. I fatti sono la parte più dura e più difficile della vita, eppure i fatti, inalterabili, portano con sé un certo ordine e una certa logica». Fa i conti con l’impensabile Yiyun Li, e con qualcosa di così grande che «le parole mancano» nel delicatissimo, lucido memoir «Le cose in natura semplicemente crescono» (NNE, traduzione di Laura Noulian, prefazione di Andrea Bajani).
La scrittrice statunitense di origine cinese, che ha vinto con questo libro il Pulitzer 2026, parla della perdita dei due figli: Vincent a sedici anni, nel 2017, e James a diciannove, nel 2024. Entrambi per suicidio, una verità che Li rifiuta di addolcire.
Aveva già scritto un libro per Vincent, «Dove le ragioni finiscono» (NNE, pubblicato nel 2021): madre e figlio avevano sempre parlato e discusso, e quel dialogo sembrava poter varcare il confine della morte. Con James è diverso. Dopo la sua scomparsa Li ritrova una foto dell’asilo, in cui il bambino, esasperato dagli adulti che gli chiedevano perché non parlasse, si appende al collo un grosso cartello: «Io non parlo perché non voglio!». È consapevole di non sapere abbastanza di lui. Per parlarne vorrebbe «un nuovo alfabeto», ma ha soltanto la vecchia lingua, con parole che tendono a diventare «flaccide o rancide» dopo una simile catastrofe. Decide di usarle lo stesso, le distilla, ripercorrendo i fatti: ricordi, incontri, conversazioni, mettendoli in fila con il filtro di una diversa consapevolezza.
Per Li «una madre può fare tutte le cose umanamente concepibili per un figlio, ma non può tenerlo in vita»
Bajani, nella prefazione, legge in questa scrittura essenziale la richiesta di rendere giustizia alla «prima illusione» che le è stata strappata, l’amore per i figli e per la vita come «binomio inscindibile», e «alla successiva nudità, quella in cui si è soli». Per Li «una madre può fare tutte le cose umanamente concepibili per un figlio, ma non può tenerlo in vita».
«Questo non è un libro sul dolore o sul cordoglio», avverte, e non promette riscatto ma un’«accettazione radicale» dell’abisso in cui si è trovata. Continua a vivere affrontando un tempo che spesso diventa monotono e pesante. Coltiva il suo giardino «con lo stesso realismo con cui si vive dopo la morte dei propri figli», considerandolo un buon addestramento per la scrittura e per la vita: «Si impara a essere pazienti, si impara a fare concessioni, si impara a ridefinire le proprie idee e ambizioni, e si impara a smettere di essere perfezionisti». Il giardino, per lei, è uno spazio dove «le cose in natura semplicemente crescono», finché non arriva per loro il momento di morire.
«Questo non è un libro sul dolore o sul cordoglio», avverte, e non promette riscatto ma un’«accettazione radicale» dell’abisso in cui si è trovata
Rileggendo le tragedie greche, Li immagina i pianti delle madri amplificati cento volte, con quella collera che è la tonalità più intensa dello strazio: «questo si avvicina a come potrei esprimermi anche io; solo, preferisco non farlo». Qui sta la chiave del suo memoir: una prosa moderata, quasi impassibile, che trattiene il grido senza cancellarlo, e finisce anzi per amplificarlo all’estremo. Una compostezza che è, ancora, «segnaposto», qualcosa di non definitivo, la forma scelta da una madre per custodire uno spazio per il figlio, senza definirlo, in una relazione che neppure la morte può interrompere.
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