«Accogliere la nascita di un bambino spalanca porte inimmaginabili»

LA STORIA. Centro di aiuto alla vita di Alzano, Loretta ricorda le madri e i piccoli che ha accompagnato: più di tutto conta una carezza.

«Alla nascita d’un bimbo/ il mondo non è mai pronto», scrive la poetessa Wislawa Szymborska, mettendo in versi un pensiero oggi molto diffuso. Ci sono persone, però, come Loretta Moretti, una delle fondatrici e volontarie del Centro di aiuto alla vita di Alzano Lombardo, che non hanno paura di andare controcorrente, e si spendono con generosità per «preparare la strada» a una nuova vita, tendendo la mano alle donne che da sole non sanno e non possono diventare madri.

Oggi Loretta, madre e nonna, ripensando al suo percorso ricorda con un sorriso e qualche lacrima di commozione tutti i piccoli che ha aiutato a venire al mondo. Nella sede del Cav di Alzano in vicolo Rino, piena di luce, di giocattoli e di colori, ci racconta tre storie che hanno segnato in modo particolare il suo percorso, portandola, ancora oggi, a incrociare la sua strada con le madri in difficoltà.

La prima è quella che ha innescato tutte le altre, iniziata a metà degli anni ’80: «I miei figli erano ancora piccoli - racconta -. Un giorno mi sono ritrovata con altre due amiche e una di loro, non ancora sposata ma fidanzata da diversi anni, ci ha confidato di essere incinta. Raccontandolo al suo compagno immaginava che si sarebbero sposati, creando la loro famiglia. Invece lui l’aveva lasciata, dicendo che non voleva saperne di quel figlio. I suoi genitori, per di più, si erano arrabbiati, e volevano mandarla via di casa. Lei era disperata, non sapeva a chi rivolgersi, ma non voleva abortire».

Senza perdersi d’animo

Loretta non si è persa d’animo, ha iniziato con le sue amiche una ricerca per vedere se ci fosse qualche realtà disposta a dare una mano a una donna incinta in difficoltà. «Abbiamo scoperto così che a Bergamo esisteva il Centro di aiuto alla vita. Abbiamo bussato alla porta senza sapere cosa aspettarci. Una volontaria ci ha accolto con gentilezza e ci ha spiegato le diverse tipologie di intervento. Così la nostra amica è stata inserita in un progetto e le hanno dato alloggio in una casa d’accoglienza».

A colpire Loretta e le sue amiche, però, è stata l’atmosfera che hanno respirato, il clima di serenità e amicizia: «Ci è sembrato fin dall’inizio un posto meraviglioso, dove un gruppo di donne ne aiutava altre con uno spirito di solidarietà e di fratellanza, senza interessi, in modo del tutto gratuito. Mi sono sentita profondamente colpita, coinvolta e ho iniziato a frequentare il Centro con l’intenzione di diventare volontaria, e così anche l’amica che aveva iniziato con me questa avventura».

«Mi sono sentita profondamente colpita, coinvolta e ho iniziato a frequentare il Centro con l’intenzione di diventare volontaria»

Questa creatura per cui il mondo non era preparato è nata e subito dopo con la sua mamma è stata riaccolta a casa dai nonni: «In seguito lo abbiamo sperimentato diverse volte: i genitori si arrabbiano, a volte allontanano le figlie, ma quando si ritrovano un nipote tra le braccia cambiano idea». La fine di questa storia è bella come una fiaba: oggi questo bambino, cresciuto con molto amore, è diventato adulto e ha un ruolo di prestigio in un organismo internazionale: «Questa per me è la prova - commenta Loretta - che quando una persona trova il coraggio di aprirsi alla vita si spalancano porte inimmaginabili».

La sede di Alzano

Loretta ha proseguito il suo cammino nel Centro di aiuto alla vita, ed è qui che inizia la seconda storia: «Una sera, durante una riunione, ho alzato la mano e ho chiesto se fosse possibile aprire una sede del Cav ad Alzano Lombardo. Ho pensato che potesse diventare un punto di riferimento per tutta la Valle Seriana». Ha posto questa domanda senza pensarci troppo, con un pizzico d’incoscienza: «Chi se lo immaginava - sorride - che mi sarei trovata ancora qui dopo quarant’anni».

Ha iniziato con un gruppo di amiche, e il Cav di Alzano si è costituito ufficialmente nel 1988: «Eravamo sei donne, tutte mamme, con tre figli a testa. Il primo materiale che abbiamo portato erano i corredini dei nostri bambini. Non avevamo una sede, così il parroco ci ha ospitato in una stanza dell’oratorio femminile, che non era più utilizzato. Abbiamo iniziato a svolgere la nostra attività di ascolto per due o tre giorni alla settimana, come facciamo anche adesso».

«Quando incontriamo le donne spesso ci rendiamo conto della loro solitudine: si sentono sole e abbandonate ad affrontare qualcosa di più grande di loro»

La prima persona che ha bussato alla porta, per un caso strano, era un ragazzo: «La sua fidanzata era rimasta incinta, ma erano entrambi giovani e senza mezzi. Lei voleva abortire, lui era disperato, perché teneva moltissimo a crearsi una famiglia con lei. È entrato con la schiena curva per il peso della responsabilità e del dolore che si portava dentro, ma dopo aver parlato con noi ha capito che davvero potevamo aiutarli, ed è uscito sorridendo. Alla fine si sono sposati, hanno avuto quella bambina, e poi anche una seconda».

La terza «storia speciale» di Loretta l’ha stimolata a intraprendere un’intensa attività educativa nelle scuole. La protagonista, infatti è una studentessa, che chiameremo Anna, che al momento del loro incontro frequentava una scuola superiore: «Anna era innamoratissima del suo ragazzo. Lui diceva “non è il momento”, perché erano così giovani, studiavano entrambi. Lei piangeva, ma non riusciva a mostrargli questo dolore. In queste situazioni conta molto la capacità di comunicare, di guardarsi negli occhi, di confidarsi sinceramente sentimenti e desideri. Ho cercato di far capire ad Anna che era giusto parlare al ragazzo di cosa stava accadendo e di come si sentiva. Ho parlato anche con lui, forse un po’ rudemente gli ho chiesto se amava Anna oppure la considerava un passatempo. Alla fine ha cambiato idea, la loro bimba è nata, oggi stanno ancora insieme e sono una bellissima coppia. Quando incontriamo le donne spesso ci rendiamo conto della loro solitudine: si sentono sole e abbandonate ad affrontare qualcosa di più grande di loro. Le ascoltiamo senza giudicarle, mettendo in primo piano la relazione. Anche per questo molte continuano a frequentarci anche dopo la nascita del bambino».

Le difficoltà dopo la pandemia

Da quando è scoppiata la pandemia di Covid-19 incontrare le donne per il Cav è diventato più difficile: «Non è stato più possibile avere un punto d’ascolto in ospedale, come avveniva prima, perciò una donna per incontrarci deve venire a cercarci. Non sempre lo fa, soprattutto se è insicura, triste, e fatica a confidarsi. Iniziando il colloquio spesso basta chiedere “cosa succede?” per lasciare spazio alle parole e alle lacrime, e iniziare a costruire un rapporto di fiducia. Fra quelle che ho incontrato in 35 anni solo pochissime hanno deciso comunque di abortire. Speriamo di poter ricominciare presto ad essere presenti con le volontarie in corsia. La presenza del Centro di aiuto alla vita è importante, noi non costringiamo nessuno, offriamo semplicemente delle proposte alternative all’aborto, ma solo a chi desidera parlarci».

«Ho sempre raccontato in famiglia che cosa stavo facendo, quali esperienze incontravo, e credo che questo abbia messo dei semi nel cuore dei miei figli»

Con tre figli a casa, non sempre è stato facile trovare lo spazio per il volontariato: «Ho avuto fin dall’inizio il sostegno di mio marito e dei miei genitori, che compensavano la mia mancanza nei momenti in cui ero al Cav. Ho sempre raccontato in famiglia che cosa stavo facendo, quali esperienze incontravo, e credo che questo abbia messo dei semi nel cuore dei miei figli. Forse non se ne rendevano conto quando erano piccoli, ma ora che sono diventati genitori sono certa che l’apprezzino e forse ne siano anche un po’ orgogliosi».

Ogni tanto anche a Loretta è capitato di trovarsi davanti un muro: «Ho incontrato alcune giovani donne che stavano addirittura seguendo il corso di preparazione al matrimonio ma erano spaventate dall’idea di sposarsi mentre erano in attesa, oppure si sentivano gravate dalla rata del mutuo e dai preparativi per le nozze. Ci siamo offerti di aiutarle, ma hanno abortito lo stesso. Dopo tanti anni ho capito che non c’è alcuna parola che riesca a far aprire il cuore a una donna se dice di no, e in quei casi ho fatto un passo indietro, mi sono dovuta arrendere. Non ho mai voluto contrattare sulla vita di un bambino, mi sembra una cosa terribile. Mi sono chiesta che cosa spinga a chiudersi così di fronte a una vita che nasce, secondo me sono le pressioni della società e della cultura in cui siamo immersi».

Un circuito di bene

Ogni storia, ogni incontro che Loretta ha fatto negli anni le ha portato un dono e una dote: «Continuo ancora a meravigliarmi delle sorprese della vita. A volte ci si propongono situazioni che sembrano disperate, perfino per noi è difficile credere che andranno a finire bene. Eppure poi succede. La nostra storia in fondo ne è la dimostrazione: siamo partite dal niente, avevamo solo una stanza con un tavolo, due sedie, un armadietto che si è riempito di corredini, e così siamo entrate in un circuito di bene. Incontriamo donne che arrivano da ogni dove, perché a portarle da noi è soprattutto il passaparola. Questo col tempo mi ha dato fiducia nella vita e coraggio per affrontare i momenti difficili. Oggi la presidente è Silvia Biava, siamo un gruppo di una ventina di volontarie. Negli anni ne sono passate tante, alcune si sono fermate per un po’ e poi hanno preso strade diverse, ogni anno se ne aggiunge qualcuna nuova. Il bilancio è positivo, il gruppo cresce, non si spegne e comprende anche donne giovani, intorno ai trent’anni, che ci affiancano con passione, delicatezza ed entusiasmo. Alle donne che bussano alla nostra porta diciamo che siamo pronte ad aiutarle e ce la mettiamo tutta, perché possano accogliere il loro bambino. E in fondo sappiamo che ancora di più dell’aiuto concreto contano uno sguardo, un sorriso, una carezza, sapere che c’è qualcuno che ti prende per mano e non ti fa mai sentire sola».

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