Il Maradona delle carceri ha imparato a perdonare se stesso e a ripartire da capo

LA STORIA . Lo chiamano «l’uomo dei record», Fabrizio Maiello racconta il carcere e l’amore per il pallone.

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Fabrizio Maiello avanza con un pallone attaccato ai piedi come fosse cucito alla pelle. Non lo tocca mai con le mani: lo accompagna, lo culla, lo rincorre quando sbanda, un passo dopo l’altro. I suoi record di palleggio sono diventati leggendari e gli hanno fatto guadagnare il soprannome di «Maradona delle carceri».

Quella palla per lui è diventata un simbolo di amicizia, d’amore, di rinascita, gli ha restituito la speranza, la voglia di vivere e di dedicarsi agli altri. Domenica 27 settembre alle 17.30 lo racconta a BergamoIncontra, a ChorusLife, in un incontro che segue il tema della manifestazione, «Fu come giungere in porto dopo un mare in tempesta». Dialogherà con Silvio Cattarina, psicologo, sociologo, presidente della cooperativa «L’Imprevist o», e con il giornalista Piero Vietti.

L’immagine che Fabrizio tiene più cara, per lui un grande momento di svolta, è quella di un «pellegrinaggio» a Superga, dove nel 1949 si schiantò l’aereo del Grande Torino. Ha voluto percorrere tutta la strada in salita con il suo «classico» palleggio, senza fermarsi mai, come sfida a se stesso e al destino. Quando è arrivato davanti alla lapide, i giornalisti schierati in attesa stentavano a crederci.

Ha dedicato quel nuovo traguardo a sua madre, che non ha fatto in tempo a vederlo diventare quello che è oggi, ma non ha mai perso la speranza. Nel mezzo Fabrizio è stato in carcere, in un manicomio criminale, è stato coinvolto in un piano di sequestro che non è andato a segno. Sul suo percorso ha incontrato due persone speciali che gli hanno insegnato – ciascuna a modo suo – come riscoprire il buono che aveva nel cuore, anche quando temeva che non gli fosse rimasto più niente.

Una lunga storia d’amore

Fabrizio Maiello ha una lunga storia d’amore col pallone: da bambino se lo teneva sempre vicino, anche quando andava a dormire, da ragazzo è andato in pezzi quando è sfumato il suo sogno di fare il calciatore professionista, in carcere ha ritrovato se stesso ricominciando ad allenarsi nel palleggio.

«Ho imparato tutto sulla vita con una palla ai piedi», diceva un grande campione come Ronaldinho. Ed è successo lo stesso a Fabrizio, che grazie al pallone ha imparato anche a rialzarsi. È cresciuto a Cesano Maderno, in provincia di Monza, giocando nei campetti di periferia che per lui rappresentavano anche una via di fuga da una situazione familiare difficile.

«Giocare – racconta – era il mio rifugio, mi permetteva di sognare un futuro e una vita migliore, anche quando le cose in casa andavano male». A tredici anni un provino fatto per il Milan lo ha portato a giocare nella squadra giovanile del Monza.«In quel periodo la mia vita è stata bella, anzi bellissima: stare sul campo da calcio mi rendeva felice, era lì che davo il meglio». La scuola non gli piaceva: «È stato un grande sbaglio. Non studiavo e non avevo un piano B». A sedici anni un infortunio di gioco gli ha distrutto il ginocchio e con esso i sogni di gloria. «È come se mi si fosse spento un interruttore nella testa – racconta –. Non avevo più voglia di fare niente». Aveva rifiutato di operarsi, perché comunque non gli poteva restituire la sua carriera di atleta. Così si è ritrovato a frequentare «cattive compagnie», quei ragazzi del quartiere smarriti e ai margini che assumevano stupefacenti ed entravano e uscivano dal carcere.

La discesa agli inferi

È iniziata per Fabrizio una «discesa agli inferi», come la considera oggi: rapine, un’arma sempre in tasca, il primo arresto prima dei vent’anni. C’era qualcosa di rotto in lui, nella sua anima, che ha ceduto prima ancora del corpo: è stato dichiarato incapace di intendere e di volere e nel 1991 è stato ricoverato in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, uno di quelli che l’Italia ha chiuso nel 2016. «Un mostro a due teste», li chiama lui: perché alla costrizione del carcere si aggiungeva la sottrazione dell’identità. «In quel periodo ho visto persone che dopo aver scontato la pena non potevano uscire, perché non avevano nessuno che li potesse accogliere. Finivano dentro per un reato lieve, a volte, e non ne uscivano più».

Ha toccato il fondo in quel periodo: «Ho trascorso momenti terribili, in cui ho perso la voglia di vivere». La svolta è arrivata per una strada del tutto imprevista: nel 1994, uscito con un permesso premio per assistere la moglie in fin di vita per un tumore, era poi rimasto fuori, latitante. Si era lasciato coinvolgere in un piano per sequestrare Gianfranco Zola, allora stella del Parma, e chiedere un riscatto milionario a Calisto Tanzi. Il piano però era naufragato in un autogrill: «Zola – racconta Fabrizio – si era accorto di essere seguito, era sceso dall’auto e si era offerto di firmarmi un autografo. Invece di rapirlo, gli avevo chiesto una firma su un documento, bruciando qualunque possibilità di fargli qualsiasi cosa, perché mi avrebbe riconosciuto. Guardandolo negli occhi, vedendo la fiducia e la bontà che dimostrava, non ce l’ho fatta a fargli male». È stata la prima crepa aperta nella sua corazza da criminale.

I tre mesi, con quella vicinanza e quelle cure, si dilatano, diventano cinque anni. Il pallone pian piano per Fabrizio smette di essere un ricordo doloroso e diventa un patto con la sorte: «Mi dicevo che finché riuscivo a palleggiare senza far toccare terra al pallone, Giovanni non sarebbe morto. Ho dedicato a lui ogni nuovo record: il primo chilometro senza far cadere il pallone, poi due, cinque. Poi sono diventato più ambizioso, ho iniziato a palleggiare perfino con la testa e a marcia indietro. Era anche un modo per attirare l’attenzione sulla nostra situazione in carcere, ai giornalisti interessava, speravo così di fare del bene anche agli altri»

24 passi

Poi ci sono state altre rapine, un nuovo arresto nel 2005, il ritorno in manicomio, la morte del padre. «A quel punto non avevo più nessuno». La direttrice del carcere dove era recluso, la dottoressa Valeria Calebro, a quel punto gli aveva offerto un pallone, solo per lui, e un tratto di cortile – lungo ventiquattro passi contati uno per uno –, dove allenarsi durante l’ora d’aria. È la prima persona, dopo anni, a scommettere ancora su di lui.

Nello stesso periodo arriva nella sua sezione Giovanni Marione: non è un criminale come gli altri. «Lo vedevo come un uomo fragile, quasi un bambino nella mente, convinto ancora di trovarsi nell’istituto da cui proveniva, finito in manicomio criminale per una spinta, una caduta, una morte che non aveva mai voluto causare». Giovanni piangeva di notte, aveva crisi respiratorie che lo portavano quasi a soffocare, e nessuno tra gli infermieri aveva il tempo di stargli davvero vicino. Fabrizio lo sentiva gridare dalla cella accanto, notte dopo notte, e ha deciso di chiedere al medico di dividere la cella con lui. «Lui ha cercato di dissuadermi – spiega –. Mi ha detto che era in fin di vita, gli restavano ancora solo tre mesi. Temeva che stando con lui saremmo sprofondati entrambi. Ma io non avevo più nulla da perdere e ho insistito». Ha imparato a svolgere tutti i compiti di un «care giver»: dalla pulizia personale ai farmaci e l’ossigeno, necessario quando faceva fatica a respirare. «Gli altri detenuti non capivano perché lo facessi. Ma io sapevo solo che Giovanni non poteva e non meritava di stare lì da solo in quelle condizioni, io invece sì. Curando le sue ferite curavo anche le mie, senza saperlo».

I tre mesi, con quella vicinanza e quelle cure, si dilatano, diventano cinque anni. Il pallone pian piano per Fabrizio smette di essere un ricordo doloroso e diventa un patto con la sorte: «Mi dicevo che finché riuscivo a palleggiare senza far toccare terra al pallone, Giovanni non sarebbe morto. Ho dedicato a lui ogni nuovo record: il primo chilometro senza far cadere il pallone, poi due, cinque. Poi sono diventato più ambizioso, ho iniziato a palleggiare perfino con la testa e a marcia indietro. Era anche un modo per attirare l’attenzione sulla nostra situazione in carcere, ai giornalisti interessava, speravo così di fare del bene anche agli altri». Quando per Giovanni arriva il momento di uscire, non vuole andarsene senza di lui: lo chiama «Paloma Blanca», la colomba bianca, perché per lui Fabrizio è semplicemente una persona buona, l’unica che abbia mai conosciuto.

A un certo punto entra nella sua vita Daniela, un’infermiera. Lo ha conosciuto nel manicomio criminale, lo ha visto nei momenti peggiori, ma ha seguito anche la sua lenta trasformazione, iniziata quando si è avvicinato a Giovanni, prendendosene cura. Così si è affezionata a lui, offrendogli piccoli segni di vicinanza: all’inizio solo un po’ di cibo migliore e più sano per lui e per Giovanni, poi un paio di scarpe. Fabrizio, per orgoglio, rifiuta tutto: «Non posso ricambiarti».

La vita fuori

Poi, un giorno, Daniela e Fabrizio si sono avvicinati in modo inaspettato e sorprendente, e tra loro è nato un sentimento profondo. «Mi chiedevo se sapesse davvero chi fossi – dice lui –, cosa avevo fatto, e che forse non sarei mai uscito. Lei mi ha detto che era certa che fossi una persona buona». Queste parole hanno fatto riemergere qualcosa, ricorda Fabrizio, la parte migliore di lui, che era rimasta ben nascosta da qualche parte in fondo all’anima, e che lo ha «riafferrato per i capelli» e tenuto in piedi fino al termine della pena. Ora vivono insieme a Reggio Emilia.

«Il perdono vince sempre sul male – dice oggi Fabrizio – alla fine l’ho capito»

Dal 2021 Fabrizio torna a palleggiare ogni anno l’8 settembre – compleanno di Daniela e giorno della Madonna – in diretta televisiva, tra le bancarelle della festa della Madonna della Ghiara, proprio dove sorgeva il manicomio criminale dove è stato detenuto. Entra nelle scuole di tutta Italia, racconta la sua storia a migliaia di ragazzi. Quella storia, insieme a quella di Giovanni e Daniela, è stata narrata in due podcast: «24 passi - La Paloma Blanca» di Valentina Poddighe (su Spotify) e «Il Maradona delle carceri» del giornalista sportivo Marco Cattaneo, che ha scritto con Fabrizio anche un libro, «Rapirò Gianfranco Zola» (De Agostini). Zola, dopo aver ricostruito ciò che era accaduto, ha voluto rivederlo: lo ha perfino invitato a pranzo casa sua. «Il perdono vince sempre sul male – dice oggi Fabrizio – alla fine l’ho capito».

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