Il tempo libero della pensione investito
per dare assistenza sanitaria in Mongolia
LA STORIA. Angelo Agostini, infermiere, ha organizzato una missione itinerante nelle zone più remote con colleghi e medici.
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«Non dimentichiamo mai - scriveva Papa Francesco - che il vero potere è il servizio. Bisogna custodire la gente, aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore». Le sue parole sembrano cucite apposta per Angelo Agostini di Vertova, infermiere in pensione, che ha scelto di dedicare il suo «tempo libero» a un nuovo servizio, spostandosi lontano, fino alla Mongolia, per aiutare le persone più povere e fragili ad accedere alle cure sanitarie.
In un luogo dove le distanze si misurano in ore di pista, il freddo stringe la terra per mesi e l’accesso a visite e farmaci non è mai scontato, Angelo ha rimesso al centro ciò che ha guidato tutta la sua vita professionale: prendersi cura degli altri.
Una nuova avventura
Accanto a lui c’è Lucia, la moglie, psicologa e compagna di strada, presenza discreta e forte, che condivide la stessa idea di un tempo speso bene: non solo per sé, ma per aiutare persone in difficoltà. Hanno trasformato questo tempo di riposo, con tante energie ancora da spendere, nell’inizio di una nuova avventura, fatta di viaggi, ascolto, competenza e dono. E nella vastità della steppa mongola, tra villaggi lontani in cui le persone, in particolare le popolazioni nomadi, spesso non possono permettersi analisi e cure, la loro storia si è riempita di incontri, mani tese, ascolto e generosità.
Mongolia, il primo incontro
Angelo ha trovato questa strada quasi per caso, per un’intuizione arrivata durante un viaggio. Il primo incontro vero con la Mongolia, infatti, è avvenuto nel 2024, quando Angelo e Lucia, entrambi appena andati in pensione, hanno deciso di regalarsi un viaggio organizzato nel Paese asiatico. Non era ancora una missione, ma un’esplorazione, l’attraversamento lento di una terra aspra e sorprendente. Angelo aveva portato con sé un piccolo corredo sanitario, quasi per abitudine: misuratore di pressione, saturimetro, termometri, farmaci. Niente di particolarmente avanzato. Eppure, era capitato che qualcuno del gruppo avesse avuto bisogno di una misurazione, che un anziano si fosse sentito male o qualche autista avesse chiesto una verifica; in quelle occasioni Angelo si dedicava alle cure con la consueta attenzione e dedizione. Poi, sul finire del viaggio, su un pulmino fermo a pochi passi dall’aeroporto di Ulaanbaatar, l’autista si era girato verso di lui e gli aveva detto: «Ho saputo quello che hai fatto».
La missione
Aveva capito da quella frase che quello che a lui sembrava semplice e scontato aveva un valore molto grande per la popolazione locale, priva anche di quegli strumenti semplici ed essenziali. Così Angelo ha incominciato a coltivare il pensiero di mettere a punto una missione sanitaria vera e propria. L’esperienza non gli mancava, dopo una vita passata tra rianimazione, sala operatoria, pronto soccorso e 118. Ha coinvolto altri amici, è riuscito a far convergere sul suo progetto le competenze sanitarie necessarie, si è impegnato a cercare le attrezzature indispensabili. Così, grazie alla sua intraprendenza e alla generosità di tanti che hanno deciso di sostenere la spedizione, ha avviato un’impresa che sembrava inizialmente impensabile. La Mongolia per lui è diventata un luogo dell’anima: una terra vasta, severa, bellissima, dove il bisogno di cure incontra la distanza, la fatica, la povertà, ma anche un’umanità capace di accogliere con una dignità che disarma.
Un mestiere iniziato tardi
La sua storia come infermiere è iniziata tardi: «Avevo trent’anni, fino a quel momento svolgevo un altro lavoro, in un’azienda. Poi mi sono chiesto cosa volessi fare davvero, e ho scoperto che l’aspetto più importante per me era potermi rendere utile. Inizialmente pensavo di dedicarmi alla fisioterapia, poi invece ho scelto infermieristica, anche se all’inizio non avevo un’idea chiara di cosa comportasse questo mestiere». Ha seguito i tre anni di corso universitario, impegnativi e decisivi, e subito dopo è entrato nel reparto di rianimazione dell’Asst Bergamo Est a Seriate. Da lì in avanti, per anni, il lavoro è diventato una scuola di presenza e di responsabilità, attraversando diversi reparti ed esperienze, fino alla pensione, arrivata il 1° gennaio 2023.
Quarant’anni di professione gli hanno insegnato che le competenze tecniche non bastano mai: «Essere vicini alle persone è tutta un’altra storia», dice. Nella sua esperienza la cura è fatta di competenza e insieme di ascolto, prontezza, pazienza, uno stile che unisce sapere e umanità. È una lezione che porta con sé anche nelle missioni all’estero.
Le esperienze all’estero
Prima della Mongolia ci sono stati altri passaggi, sempre nel segno del servizio ai più fragili. Il Nepal, con un amico bergamasco che aveva aperto un dispensario e una scuola nella valle del Makalu, in memoria di un compagno morto in montagna. E poi il Ghana, con un collega del 118 che da anni opera in un compound nel Nord del Paese. Ogni esperienza ha aggiunto un tassello, allargato lo sguardo, preparato il terreno a ciò che sarebbe venuto dopo.
Per poter intraprendere il suo progetto in Mongolia, Angelo si è impegnato a costruire una rete, un’associazione, un gruppo di persone competenti e motivate. È nato così «Progetto Mongolia Ets», che Angelo guida con rigore quasi artigianale: niente sprechi, niente spese superflue. Tutto deve essere impiegato per farmaci, professionisti, apparecchiature. È una scelta etica prima ancora che organizzativa: «Ogni euro che riesco a risparmiare così, ha un impatto reale».
La prima spedizione
Nel settembre 2025 è partita la prima missione sanitaria italiana itinerante in Mongolia. La squadra era composta da medici e infermieri italiani e mongoli, con competenze internistiche, ecografiche, ginecologiche, pediatriche, cardiologiche e biologiche. In tre settimane sono stati visitati oltre 1.200 pazienti, tra cui 400 bambini e più di 300 donne. Sono stati eseguiti pap test, test per Hiv e Hcv, controlli cardiologici, visite di base, diagnosi. Ma soprattutto è stata portata una presenza competente e rispettosa lì dove manca la possibilità di arrivare. La missione non vuole sostituirsi a nessuno, ma offrire strumenti, creare relazioni, lasciare segni che possano durare.
Le difficoltà in Mongolia
Il contesto non è semplice. La Mongolia è un Paese vastissimo, con la maggior parte della popolazione sparsa in molti piccoli villaggi. Il sistema sanitario, racconta Angelo, è fragile, chi vive lontano dalla capitale spesso resta ai margini. Nelle zone rurali la gente deve spostarsi per chilometri, a volte per giorni. I villaggi sono raggiunti da piste sterrate, l’acqua non è sempre disponibile, l’inverno arriva con temperature estreme, la vita quotidiana si appoggia su equilibri precari. In molti casi la malattia non è solo un problema clinico, ma un rischio economico e familiare. Ci si cura o si rinuncia. Si compra la medicina o si tiene il denaro per altro. È in questo spazio concreto che il lavoro di Angelo acquista il suo peso.
Eppure la Mongolia non è solo fatica. È anche un popolo che accoglie con un rispetto antico, plasmato da una cultura buddhista che attribuisce valore alla tolleranza, alla misura, alla cura dell’altro. Angelo lo vede nei gesti, nei saluti, nella dignità con cui vengono preparati i villaggi, nelle feste improvvisate, nelle canzoni intonate al momento della partenza. In un Paese dove la steppa pare non finire mai e il freddo costringe uomini e animali a una lotta continua, la gratitudine assume forme essenziali, quasi solenni. Una pecora cucinata per gli ospiti. Una bottiglia di vodka aperta per salutarli. Una donna che canta, dicendo che quei medici e quegli infermieri sono i discendenti del Buddha Blu, il Buddha della salute. Angelo ascolta, si commuove, ma resta sobrio. Sa che non c’è bisogno di alzare la voce per capire che cosa stia accadendo.
Trasferire competenze
Nel raccontare la missione, Angelo insiste su un punto che gli sta particolarmente a cuore: l’aiuto non deve creare dipendenza, ma possibilità. È per questo che ha scelto di non limitarsi alla distribuzione di farmaci o alle visite mediche, ma di progettare anche una forma di trasferimento di competenze. A maggio 2026 è partito un nuovo viaggio, questa volta con un casaro bergamasco, Gabriele Ferrari, che sta insegnando a fare il formaggio in una valle a ovest di Ulaanbaatar. La Mongolia ha milioni di animali da latte, ma le condizioni climatiche impongono di accontentarsi di prodotti poveri, spesso estremamente acidi, pensati solo per resistere al gelo. L’idea è dare ai pastori un sapere in più, una risorsa economica, una possibilità di reddito. Non carità, ma dignità.
Dentro tutto questo resta anche Lucia, che non partecipa più alle spedizioni per motivi di salute. La sua presenza è meno visibile, ma non meno decisiva. Come psicologa è abituata ad ascoltare e ha sostenuto il progetto fin dall’inizio; non viaggia ma contribuisce a scegliere e formare i volontari, segue l’associazione, condivide la visione e l’orizzonte. Il suo contributo silenzioso fa da controcanto e completamento a quello di Angelo: due persone unite da una stessa idea di servizio come forma d’amore.
Alla fine, la forza di questa vicenda sta tutta qui: un uomo che non ha smesso di sentirsi utile, una donna che lo affianca e una terra lontana, in cui attuare un progetto semplice e concreto. Angelo Agostini non è partito per lasciare un segno di sé, ma per fare spazio agli altri: il suo è un dono di tempo ed energia che non si consuma nel momento in cui viene fatto, ma continua a produrre frutti nel tempo, come una luce che dura molto più del gesto che l’ha accesa. Per informazioni www.progetto-mongolia.org.
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