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«PAPA GIOVANNI». I nuovi farmaci non aiutano soltanto a perdere taglie ma hanno numerosi altri benefici.
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I nuovi farmaci anti diabete, GLP-1 agonisti e Tirzepatide, stanno modificando in modo significativo le cure di questa malattia e si sono rivelati particolarmente efficaci anche per curare l’obesità. In ambito clinico si osservano alcuni positivi effetti dovuti a queste molecole sull’organismo – ancora tutti da indagare - che vanno ben al di là della semplice perdita di peso e che coinvolgono pazienti in cura per malattie del cuore, dei reni e del fegato. Restano inoltre altri aspetti da approfondire sull’impatto delle cure nei pazienti fragili e anziani. Roberto Trevisan, professore di Endocrinologia dell’Università degli studi Milano-Bicocca e direttore di Endocrinologia e Diabetologia dell’Asst Papa Giovanni XXIII ha partecipato ai recenti studi internazionali che puntano a definire meglio gli effetti secondari di queste nuove terapie farmacologiche.
«Sì. Il calo di peso resta centrale, perché il grasso (soprattutto viscerale) in eccesso è un motore di molte malattie. Ma oggi sappiamo che gli agonisti del recettore GLP-1, come semaglutide e dulaglutide, e tirzepatide, che agisce su GLP-1 e GIP, possono produrre benefici che non si riducono ai chili persi. Agiscono su appetito, glicemia e metabolismo. L’obesità non è un problema estetico: è una malattia cronica che aumenta il rischio di diabete, infarto, insufficienza cardiaca, malattia renale, fegato grasso, apnea notturna e artrosi».
«La protezione cardiovascolare non solo nei diabetici. Nello studio SELECT, su oltre 17 mila persone con sovrappeso o obesità e malattia cardiovascolare, ma senza diabete, semaglutide ha ridotto del 20% infarto, ictus e morte cardiovascolare. È un dato importante: trattare l’obesità può cambiare anche la prognosi, non solo la taglia dei vestiti. È in corso uno studio simile con tirzepatide. Sarà interessante vedere se conferma o potenzia gli effetti di semaglutide sul rischio cardiovascolare».
«Nell’insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata, frequente nell’obesità, semaglutide e tirzepatide hanno migliorato sintomi e capacità di camminare; con tirzepatide è stata osservata anche una riduzione degli eventi di peggioramento dello scompenso o morte cardiovascolare. Nei pazienti con diabete e malattia renale cronica, semaglutide ha ridotto del 24% gli eventi renali maggiori nello studio FLOW. Sono risultati rilevanti, che stanno allungando la sopravvivenza con miglioramento della qualità di vita».
«Sì. Nel fegato grasso legato a disfunzione metabolica, oggi chiamato MASLD, questi trattamenti riducono il grasso nel fegato e alcuni studi mostrano miglioramenti dell’infiammazione e della fibrosi con riduzione del rischio di cirrosi. Con tirzepatide, in persone con apnea ostruttiva del sonno moderata o grave e obesità, gli episodi respiratori notturni si sono ridotti di almeno la metà in molti partecipanti. Migliorare il sonno può voler dire meno sonnolenza diurna, diminuzione della pressione e minore rischio cardiovascolare».
«Assolutamente sì. Riducendo fame intensa, pensiero fisso sul cibo e limitazioni fisiche, possono rendere più facile seguire un percorso di cura. Con semaglutide, nell’artrosi del ginocchio associata a obesità, sono migliorati dolore e funzione. Ci sono anche iniziali evidenze che aiutano a ridurre il consumo di alcool, il fumo e a ridurre l’invecchiamento del cervello: è però ancora presto presentare questi farmaci come cure per dipendenze o Alzheimer».
«Molto. La maggior parte dei benefici nasce dal dimagrimento, ma per GLP-1agonisti e tirzepatide potrebbero esserci anche effetti diretti su organi e infiammazione: dobbiamo misurarli meglio. Ci servono dati più lunghi su sicurezza, efficacia nel mondo reale, qualità di vita, dosi di mantenimento e persone anziane o fragili. Il punto più delicato è la massa muscolare: si perde soprattutto grasso, ma una quota di massa magra può diminuire. Per questo proteine adeguate, esercizio di forza e controlli clinici non sono dettagli, soprattutto negli anziani».
«Non abbiamo una risposta uguale per tutti. Sicuramente per i diabetici la terapia è per sempre, se tollerata. Sappiamo però che, negli obesi, quando la terapia viene interrotta bruscamente, il recupero di peso è frequente. È ciò che ci aspettiamo da una malattia cronica, come ipertensione o diabete: la terapia induce una remissione, non una guarigione definitiva. Dovremo capire chi potrà ridurre la dose, chi avrà bisogno di cure prolungate e come prevenire le ricadute. La vera promessa non è la scorciatoia: è una medicina più personalizzata, prescritta e monitorata da specialisti, insieme a alimentazione, attività fisica e sostegno psicologico».
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