Chirurgia robotica e IA per curare la valvulopatia mitralica

CARDIOCHIRURGIA. Quando il danno alla valvola diventa severo, la strada da intraprendereè quella chirurgica.

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La valvola mitrale è una «porta» a 2 ante presente nella parte sinistra del cuore, che permette il corretto passaggio di sangue durante le contrazioni del cuore. Un suo malfunzionamento può essere causato dalla cosiddetta valvulopatia mitralica, una delle patologie cardiache più diffuse, che oggi viene trattata con tecniche che fino a un decennio fa sembravano pura fantascienza.

Si può manifestare come insufficienza, quando i lembi non si chiudono bene e il sangue rifluisce indietro, oppure come stenosi (per fortuna oggi molto poco presente), quando l’apertura si restringe e ostacola il flusso. «Spesso si tratta di un’alterazione che può essere presente sin dalla nascita, configurando il cosiddetto prolasso mitralico, e che può evolvere nel corso della vita» spiega Alfonso Agnino, Responsabile dell’Unità Operativa di Cardiochirurgia in Humanitas Gavazzeni. «I sintomi più comuni sono affaticamento e affanno, ma nelle fasi iniziali la malattia può restare silente: per questo la diagnosi passa da una visita cardiologica, durante la quale l’ascolto del cuore può rivelare un soffio caratteristico, e da un ecocolordoppler, che permette di misurare con precisione l’entità del difetto».

Quando il danno alla valvola diventa severo, la strada è quella chirurgica. Negli ultimi anni la chirurgia robotica si è affermata come opzione estremamente valida, in mani esperte, sia per la riparazione che per la sostituzione della mitrale, affiancandosi alla tradizionale sternotomia e alla cardiochirurgia mininvasiva video assistita. «Il robot ci permette di operare attraverso incisioni millimetriche, con una visione tridimensionale ingrandita e movimenti degli strumenti estremamente precisi» racconta Agnino. «Per il paziente significa meno dolore, minor rischio di sanguinamento e un recupero più rapido rispetto alla chirurgia tradizionale, con un ritorno alle attività quotidiane in tempi decisamente più brevi».

All’interno della sala operatoria la tecnologia lavora insieme all’occhio del chirurgo, non al suo posto. «Il robot esegue quello che decide chi lo governa: amplifica le capacità della mano, ma non sostituisce il giudizio clinico» precisa il cardiochirurgo. Robotica e intelligenza artificiale, aggiunge, «diventano anche strumenti di formazione, perché permettono ai giovani chirurghi di allenarsi in simulazione prima di affrontare il paziente reale, accorciando la curva di apprendimento e riducendo il margine di errore nei primi interventi».

Guardando al futuro, Agnino intravede sviluppi anche sull’accesso alle cure. «La robotica apre la strada a forme di collaborazione a distanza tra centri specialistici, con la prospettiva che l’esperienza maturata in un ospedale possa un giorno raggiungere pazienti lontani» conclude. Un orizzonte in costruzione, che punta a rendere le cure per il cuore sempre più sicure, precise e accessibili.

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