Con ritmi di vita regolari «i» mal di testa se ne vanno
OLTRE 200 TIPI. Accanto ai farmaci è centrale la presa in carico globale del paziente. Al «Papa Giovanni» trattamenti non farmacologici o mininvasivi.
Lettura 2 min.Il mal di testa non è tutto uguale. Sotto il termine «cefalea» si nascondono oltre 200 forme diverse, ma nella maggior parte dei casi si tratta di cefalee primarie, come emicrania, cefalea tensiva e cefalea a grappolo. Le cefalee sono infatti tra le patologie più diffuse al mondo e si distinguono in forme primarie, senza una causa organica identificabile, e forme secondarie legate invece a patologie strutturali, metaboliche o infettive. Tra le cefalee primarie, che rappresentano la maggior parte dei casi, l’emicrania è la più invalidante: colpisce circa il 15% della popolazione adulta, con una prevalenza che arriva al 25% tra le donne, soprattutto tra i 35 e i 39 anni.
Si tratta di una patologia complessa, che si sviluppa in più fasi e può iniziare anche 24 ore prima del dolore con segnali come stanchezza, irritabilità o desiderio di dolci. In circa il 30% dei casi è preceduta da aura neurologica, con disturbi visivi o sensitivi transitori. L’attacco vero e proprio dura da 4 a 72 ore ed è caratterizzato da dolore intenso, spesso pulsante, accompagnato da nausea, vomito e fastidio per luce e suoni.
Ogni anno circa il 3% dei pazienti con emicrania episodica evolve verso la forma cronica, che va adeguatamente gestita. L’Organizzazione mondiale della sanità la considera tra le patologie a maggior impatto socio-sanitario: solo in Europa il costo medio per paziente supera i 1.200 euro l’anno, tra perdita di produttività e cure. Nel mondo rappresenta una delle principali cause di disabilità nella fascia adulta attiva.
Al Centro cefalee dell’Asst Papa Giovanni XXIII, dove operano gli specialisti della Neurologia diretta da Alfonso Ciccone, l’approccio è multidisciplinare e personalizzato. «La cura dell’emicrania parte sempre da corretti stili di vita: ritmo sonno-veglia regolare, attività fisica, idratazione adeguata, alimentazione equilibrata ed evitare il digiuno», spiegano i neurologi Elisabetta Venturelli e Paolo Borelli. «Questi aspetti sono fondamentali tanto quanto le terapie farmacologiche».
La terapia si divide infatti in due ambiti: quella acuta, per spegnere l’attacco, e quella preventiva, indicata quando gli episodi sono frequenti e invalidanti. Nonostante circa il 30% dei pazienti potrebbe beneficiarne, solo una piccola quota accede a queste cure, spesso per scarsa conoscenza o per gli effetti collaterali dei farmaci tradizionali.
Negli ultimi anni, però, le prospettive sono cambiate. «L’introduzione di nuovi farmaci come gli anticorpi monoclonali ha rappresentato una vera svolta: si tratta di farmaci mirati che possono ridurre significativamente la frequenza degli attacchi», aggiungono Venturelli e Borelli. «In molti pazienti si osserva una riduzione di almeno il 50% dei giorni di emicrania già dopo pochi mesi».
L’obiettivo è duplice: migliorare il controllo della malattia e ridurre l’impatto sulla qualità di vita. Perché l’emicrania non è “solo” un mal di testa, ma una condizione cronica che può compromettere lavoro, relazioni e benessere psicofisico.
Accanto alle terapie farmacologiche resta centrale la presa in carico globale del paziente. Non tutti infatti rispondono ai farmaci o possono assumerli, come nel caso di gravidanza o ricerca di gravidanza. In questi casi diventa essenziale integrare strategie alternative e percorsi personalizzati. Ecco perché al Papa Giovanni XXIII sono disponibili trattamenti non farmacologici o mini-invasivi, attivabili per pazienti selezionati. L’agopuntura, inserita nei Lea (Livelli Essenziali d’Assistenza) è a carico del Servizio sanitario nazionale. È indicata soprattutto per chi non può assumere farmaci, come le donne in gravidanza. Il trattamento prevede cicli di 5-10 sedute ed è privo di effetti collaterali farmacologici.
Le tecniche di neuromodulazione periferica, come il blocco del ganglio sfenopalatino per via transnasale e il blocco del nervo grande occipitale (procedura che viene eseguita grazie alla collaborazione con Antonino Barletta della Neuroradiologia), sono procedure che utilizzano anestetici locali per interrompere la trasmissione del dolore. Questi interventi possono rappresentare un’opzione efficace nei pazienti con forme resistenti o controindicazioni alle terapie tradizionali. In casi rari e selezionati è possibile ricorrere al «blood patch» spinale, una tecnica praticata in pochissimi centri per risolvere la causa della cefalea attraverso una procedura mininvasiva.
© RIPRODUZIONE RISERVATA