Disordine laterale di gomito: la diagnosi giusta migliora la cura

ORTOPEDIA. Chi convive da mesi (o anni) con questo dolore merita di sapere da dove nasce. Così la scelta diventa più chiara.

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Bergamo

Girare una chiave nella toppa, sollevare la borsa della spesa, stringere la mano a un collega. Per chi soffre di dolore laterale di gomito questi gesti diventano una fitta improvvisa, a volte bruciante anche a riposo. Il disturbo interessa in Italia dall’1 al 3% della popolazione tra i 25 e i 60 anni e da molti è conosciuto come “gomito del tennista” o epicondilite.

Terminologie che oggi possono considerarsi superate: «Il suffisso “-ite” indica un’infiammazione, ma nel tendine colpito l’infiammazione a volte manca - spiega il dottor Matteo Bartoli, ortopedico e specialista in chirurgia del gomito a Humanitas Gavazzeni. - Gli esami sui tessuti prelevati in sala operatoria mostrano fibre di collagene disorganizzate e un tendine degenerato, senza cellule infiammatorie. Anche il richiamo al tennis porta fuori strada, perché riguarda una piccola parte dei pazienti». Bartoli è tra gli autori del documento con cui la Società Italiana di Chirurgia della Spalla e del Gomito propone di parlare di disordini laterali di gomito (LEDs), seguiti dalla causa prevalente. Il nome corretto orienta la diagnosi e, di conseguenza, la scelta della cura più adatta a ciascun paziente.

Pesano diversi fattori

Il quadro, prosegue lo specialista, va oltre il tendine. «Accanto al deterioramento del tendine, possono pesare l’infiammazione della membrana articolare, il danno alla cartilagine del gomito, una lieve instabilità dell’articolazione o la compressione di un nervo. I sintomi si assomigliano, le cause cambiano da paziente a paziente». Il dolore si concentra sul lato esterno del gomito, aumenta quando si estendono polso e dita contro resistenza e porta con sé perdita di forza nella presa, per esempio con una tazza piena. Nei casi trascurati resiste anche a riposo. Uno studio del 2025 su 189 pazienti con diagnosi di epicondilite ha trovato, ad esempio, nell’11% una patologia diversa.

Serve un diagnosi accurata

Su questa base cambia anche la terapia. «Riposo, fisioterapia e onde d’urto restano il primo passo e in molti pazienti bastano - sottolinea Bartoli. – Tuttavia, quando il dolore persiste, ripetere cure pensate per un’infiammazione che non c’è significa girare intorno al problema. Le infiltrazioni di cortisone ripetute possono anzi complicare il quadro. L’intervento chirurgico, quando indicato, agisce sulla causa: si può asportare il tessuto tendineo degenerato, stabilizzare il gomito, trattare sinovite e cartilagine, liberare il nervo se è compresso. In modo mirato, direttamente sulla causa scatenante del dolore. Per questo, nei pazienti che non rispondono alle cure conservative, è la soluzione migliore per arrivare a una risoluzione definitiva».

La strada passa da una diagnosi accurata, con visita specialistica ed ecografia. «Chi convive da mesi (o anni) con questo dolore merita di sapere da dove nasce - conclude. - Quando l’origine è chiara, anche la scelta dell’intervento diventa più chiara. Così il paziente può, col tempo, riprendere i gesti di ogni giorno, senza fastidio».

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