Infarto, riconoscerne i sintomi salva la vita

CARDIOLOGIA. Il segnale più comune è un dolore al petto, descritto come un peso al centro del torace.

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Ogni minuto, in caso di infarto, conta. Quando un’arteria coronarica si chiude improvvisamente, il muscolo cardiaco smette di ricevere sangue e ossigeno, e le cellule cominciano a soffrire fin dai primi istanti. È un processo a rapida evoluzione, che si può fermare solo se si interviene in tempo, ed è anche per questo che le malattie cardiovascolari restano tra le prime cause di ricovero in Italia.

«L’infarto è la conseguenza dell’occlusione di un’arteria coronarica, di solito per la rottura di

una placca aterosclerotica che si forma nel corso degli anni sulle pareti dei vasi - spiega Alessia Azzano, specialista in Cardiologia interventistica presso Humanitas Gavazzeni -. Quando il flusso di sangue si interrompe, la porzione di cuore che quell’arteria nutriva va incontro a necrosi. Più tempo passa, più tessuto viene perso in modo irreversibile, e con esso una parte della capacità del cuore di pompare sangue in modo efficace».

«Fondamentale non minimizzare»

Riconoscere i sintomi in tempo utile fa la differenza tra un cuore che recupera e uno che perde funzione. Il segnale più comune è un dolore al petto, descritto spesso come un peso al centro del torace, che può estendersi al braccio sinistro, alla mandibola o allo stomaco. Non sempre, però, l’infarto si presenta in modo eclatante, come osserva la Azzano: «Nelle donne e nei pazienti diabetici i sintomi possono essere più sfumati: stanchezza improvvisa, nausea, sudorazione fredda, fiato corto. Per questo è fondamentale non minimizzare mai un malessere toracico persistente, soprattutto se compare sotto sforzo o si accompagna ad altri segnali insoliti. In questi casi è sempre meglio chiamare subito il 112 invece di aspettare che il dolore passi da solo».

Una volta riconosciuti i sintomi, la rapidità con cui si interviene determina l’entità del danno al muscolo cardiaco. Il paziente viene portato in sala di emodinamica, dove si esegue una coronarografia per individuare con precisione il punto occluso. «Attraverso un piccolo catetere, inserito solitamente dal polso, raggiungiamo la coronaria interessata, riapriamo il vaso con un palloncino e posizioniamo uno stent, una piccola protesi metallica che mantiene aperto il tratto trattato - racconta la specialista. - Nella maggior parte dei casi, se il paziente arriva in ospedale entro le prime ore dall’inizio dei sintomi, i risultati sono eccellenti e il cuore recupera gran parte della sua funzione. Ogni ora di ritardo, al contrario, riduce le possibilità di un recupero completo».

La prevenzione

La prevenzione comincia dalla conoscenza dei fattori di rischio. Alcuni non si possono modificare, come l’età, il sesso maschile in età giovanile e adulta, oppure la familiarità per malattie cardiovascolari precoci. Altri, invece, dipendono in larga parte dalle abitudini quotidiane: il fumo, la sedentarietà, un’alimentazione ricca di grassi, l’ipertensione, il diabete e il colesterolo elevato. «Agire su questi fattori riduce in modo concreto la probabilità di andare incontro a un primo evento o a una recidiva. Smettere di fumare, muoversi con regolarità, mantenere un peso corporeo adeguato e tenere sotto controllo pressione e valori di glicemia e colesterolo “cattivo” nel sangue sono scelte alla portata di tutti, con un impatto misurabile sulla salute del cuore nel tempo».

Superata la fase acuta, il percorso non si conclude con la dimissione dall’ospedale. La riabilitazione cardiologica, spesso condotta in ambulatorio, prevede controlli periodici, attività fisica guidata da personale specializzato e un lavoro costante sui fattori di rischio residui, in collaborazione con dietologi e altri specialisti. «È il momento in cui il paziente diventa protagonista attivo della propria salute. Chi segue con costanza il percorso di prevenzione secondaria riduce il rischio di un nuovo episodio. Un impegno che vale quanto la cura dell’evento acuto. Conoscere il proprio cuore, oggi, è già un modo per proteggerlo» conclude la Azzano.

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