Sarri: «Il tempo non sia un alibi, voglio un’Atalanta che giochi libera»

L’INTERVISTA. L’allenatore in redazione a L’Eco: «Siamo in difficoltà, ed era prevedibile. La squadra è stata destrutturata e ristrutturata in un modo di pensare costruito attraverso gli anni e che ha dato risultati importanti. I segnali positivi ci sono, ora si tratta di sbloccarsi, prendere l’iniziativa e vedere cosa va e cosa no».

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Bergamo

Alessandro Manzoni, prima di scrivere il romanzo col quale avrebbe rivoluzionato la lingua e la letteratura italiana, soggiornò a Firenze: doveva, diceva lui, «sciacquare i panni in Arno». L’Atalanta, per fare la sua rivoluzione tattica e filosofica, l’Arno se l’è portato direttamente in casa. Il pensiero di Maurizio Sarri – in visita alla redazione de L’Eco di Bergamo – è un fiume che fluisce placido, con il suo inconfondibile accento toscano. Irrigando, più che inondando, di concetti di calcio e di vita che si intrecciano tra loro, a comporre quel mosaico tecnico e comportamentale finito addirittura sull’Enciclopedia Treccani sotto la voce di «sarrismo». Il Comandante risponde alle domande dei giornalisti della redazione sincero, ma pacato. Diretto, ma mai sopra le righe. Senza sottrarsi mai, nemmeno di fronte agli argomenti più delicati.

Cominciamo dalla domanda che a Bergamo più o meno si fanno tutti: a che punto siamo?

«Siamo a un punto di difficoltà. La squadra è stata completamente destrutturata, e ancora non c’è una struttura definita nel nuovo modo di pensare. Quindi è una squadra che va in difficoltà e finisce per subire le partite. Era inevitabile che succedesse: è una squadra che si era costruita un modo di pensare non per sei mesi, ma per tante, tante stagioni. E con quel modo di pensare ha fatto anche risultati importanti. Quindi destrutturarla e ristrutturarla non è semplice, ed era prevedibile. Però mi dispiace. Mi dispiace per la società, che ci sta aiutando in tutti i modi. E mi dispiace per i tifosi. Però adesso smettiamo di dire che abbiamo bisogno di tempo, perché questo potrebbe diventare un alibi per tutti».

Rispetto alle sue previsioni, questo percorso di destrutturazione e ristrutturazione è in linea con i tempi?

«I segnali positivi ci sono. Rispetto alle prime partite abbiamo alzato il baricentro di più di 20 metri, abbiamo alzato il possesso palla e la supremazia territoriale. Però il tutto rimane abbastanza poco incisivo, perché poi ci manca l’interpretazione, quella vera, delle situazioni. In questo momento abbiamo una supremazia territoriale che si traduce in poche occasioni da gol, poche iniziative individuali. Sembriamo in balia degli eventi, e non una squadra che sa

indirizzare gli eventi. Poi prevedere i tempi è impossibile, perché i casi sono tutti uno diverso dall’altro. A Napoli, per esempio, non siamo partiti bene, però era una squadra già più orientata, rispetto a questa, su quello che chiedo io. Il Chelsea è stato un’eccezione perché lì partimmo subito piuttosto forte. Con la Lazio ho fatto più fatica, ma la Lazio aveva un’identità molto meno caratterizzata rispetto a quella dell’Atalanta. In questo momento la sensazione che ricevo dalla partita è che siamo più con la testa a pensare dove stiamo mettendo i piedi che non a giocare a calcio. Il passo ora deve essere quello di sbloccarsi, prendere l’iniziativa, giocare e poi vedere cosa funziona e cosa non funziona».

In effetti tutti ci siamo detti fin da subito, vedendo anche i precedenti: il calcio di Sarri ha bisogno di tempo. Ma che cos’ha di così difficile e diverso il calcio di Sarri per incontrare queste difficoltà?

«È un calcio meno istintivo. Nel fare la fase difensiva, a livello teorico, non guardi nemmeno i movimenti che fanno gli avversari, ma ti concentri esclusivamente sulla palla. Cose che i giocatori in questo momento non sono abituati a fare».

Ma qual è la vera squadra di Sarri? Il Napoli spumeggiante di Insigne, Callejon, Mertens e Higuain o la Lazio, solida e attenta alla fase difensiva, che imbriglia l’Atalanta e le nega la finale di Coppa Italia?

«Io penso che il calcio sia fatto di equilibri. Siamo di fronte a due squadre completamente diverse per caratteristiche di giocatori. Il Napoli aveva un organico di grande tecnica e ne è venuta fuori una squadra di grande palleggio e di grande supremazia nel gioco. La Lazio era una squadra con molte meno qualità tecniche e molto meno palleggio, e così abbiamo deciso di abbassare un po’ la linea di pressione per sfruttare l’accelerazione che avevano diversi giocatori. È inutile andare per teorie in certi momenti: bisogna andare anche dietro alle caratteristiche dei giocatori».

E questa Atalanta, per caratteristiche dei giocatori, che squadra è?

«Penso sia una via di mezzo. Ha giocatori in grande accelerazione, però ha anche diversi giocatori abbastanza tecnici, forse non palleggiatori, ma comunque dotati di buona tecnica. Dobbiamo trovare ancora la nostra identità. La richiesta in questo momento è di giocare a calcio, poi andare a trovare i rimedi per quello che sbaglieremo sicuramente».

Per caratteristiche dei giocatori il passaggio dal 4-3-3 al 4-2-3-1 rinunciando al regista può essere una soluzione?

«Può essere una soluzione, può essere un’alternativa. Ma noi abbiamo anche giocatori che possono giocare solo da vertice basso, o altri che possono giocare solo da interni, quindi non è che si può fare fuori da questa storia tutti questi giocatori. Ci stiamo costruendo piano piano

questa alternativa, poi ci saranno momenti in cui utilizzeremo un modulo e altri momenti in cui utilizzeremo l’altro». Comunque c’è un’abbondanza di trequartisti dotati di spunto e fantasia che potrebbe agevolare questo passaggio.

«Non lo so. A me piacciono i trequartisti d’accelerazione, che attaccano gli spazi, Non quelli che stanno lì fermi e vogliono ricevere il pallone tra le linee.

Quindi vediamo. Ho visto Raspadori che ha fatto in Nazionale questo ruolo che è un po’ una via di mezzo, perché difendeva per vie esterne e si accentrava per attaccare. Con la Turchia ha fatto un tempo da giocatore vivace, brillante. Sono tutti esperimenti, da fare con poco tempo a disposizione perché ci poteva essere questa sosta, ma noi a Zingonia siamo rimasti in sei, quindi c’era poco da fare. Anzi, bisogna ringraziare l’Under 23 che ci ha consentito di allenarci a squadre schierate».

A proposito di sosta, dopo il Cagliari, pur nella sconfitta aveva parlato di una luce in fondo al tunnel, poi c’è stata la partita con la Juventus. Questa luce ora la vede più vicina, o è rimasta lì per queste tre settimane?

«Con il Cagliari la squadra ha fatto quello che le sto chiedendo: abbiamo cercato di giocare, abbiamo sbagliato, abbiamo cercato di analizzare gli errori».

Torniamo a Raspadori. Lei quando era arrivato a Bergamo ha detto che è un giocatore che aveva voluto già in passato. Finora però non ha dato quello che ci si aspettava. Può far tanti ruoli, ma non si è ben capito qual è il suo vero ruolo.

«Io l’ho cercato in tre o quattro occasioni diverse, e per dire la verità l’ho sempre cercato come attaccante centrale. Però qua ci sono altri attaccanti centrali che non possono essere accantonati perché sono importanti. Questa è la forza di Raspadori: può fare tanti ruoli. Ma può anche essere il suo limite: non è mai riuscito a specializzarsi in un ruolo ben definito».

Finita la sosta, ora si giocherà tantissimo: 9 gare in 26 giorni. Può esserle d’aiuto rispetto a quello che diceva lei, nel senso che più si gioca più si impara, oppure diventa una seccatura non potersi mai allenare come si deve?

«Su questo sento tanta demagogia da parte di tutti. Il calendario ormai è una tonnara. E demagogia è anche il discorso delle liste: se costringi i giocatori a fare così tante partite, allora fai le liste di 40 tesseramenti. Un aspetto positivo c’è: giocando ogni tre giorni non hai tempo per pensare, c’è solo il tempo per andare dentro e giocare. Ma c’è anche un risvolto negativo: non ti alleni più, e quando non ti alleni rischi infortuni».

Ma nell’apprendimento del suo calcio è utile giocare tanto?

«No, sarebbe più utile provare tanto. Però credo che siamo arrivati a un punto in cui inconsciamente i ragazzi hanno capito cosa devono fare, anche se non lo sanno mettere ancora in atto. Può darsi che adesso, sciogliendo le briglie con tutte queste partite, venga fuori tutto quello che hanno capito».

C’è una cosa che in questo momento la preoccupa in modo particolare, è una che invece le dà fiducia e sulla quale dice: sì, qua ci siamo e da qui si può costruire quello che ho in mente?

«Ci sono tanti piccoli fattori che mi danno fiducia. Primo fra tutti, la fortuna di avere una società di grande livello. Io giro da tantissimi anni, ma società di questo tipo, persone come la famiglia Percassi non è che si trovano con grande facilità. E poi lavoriamo su buone strutture, e l’applicazione dei giocatori durante l’allenamento è di buon livello. Anche nell’approccio alla partita tanti fattori ti fanno pensare che siamo vicini a poter fare molto meglio di quello che abbiamo fatto. E infine ci sono le partite, che ci hanno fatto vedere cose su cui siamo ancora un po’ indietro, ma anche altre positive».

La cosa che invece la preoccupa?

«Mi preoccupa questo semiblocco che vedo nei miei giocatori. Devo cercare di liberarli, di aprire loro la mente, di portarli a giocare. Magari sbagliare, ma giocare, fare cose buone e altre negative, ma con più cattiveria e a mente più libera di quello che stiamo facendo in questo momento».

Dopo la partita con la Juventus ha parlato anche di atteggiamento che non le era piaciuto fino in fondo.

«Non è questione di atteggiamento che non mi piace. Ho parlato di una squadra che fa fatica a prendere delle iniziative, però può essere anche colpa mia che ho richiesto ai giocatori certi compiti, certi lavori in campo, e li ho fatti sentire inibiti nelle iniziative individuali. Non dovrebbe succedere, perché il mio compito è portare la squadra agli ultimi 25 metri, e il compito del giocatore è risolvere le situazioni negli ultimi 25 metri».

Invece la sensazione che si ha ora è quella di una squadra lenta, preoccupata. In cui la palla va avanti e indietro senza affondare, senza iniziative.

«Si pensa sempre a quello che si sta facendo, a che movimento fare, e quindi si rallentano tutte le situazioni. Sicuramente noi in quegli ultimi 25 metri di cui parlavo prima non prendiamo iniziative. Vogliamo ricevere sempre la palla da fermo, senza movimento. E quindi diventa facile per gli altri quando difendono in blocco basso, impedirci di arrivare alla pericolosità. Sono situazioni forse più mentali che tattiche».

De Ketelaere ha detto nel ritiro della nazionale belga che a lui piacerebbe giocare punta. Cosa che dice di aver fatto spesso, ma in realtà a Bergamo ha fatto solo nell’anno dell’Europa League, quando Scamacca era infortunato e Lookman faticava dopo la Coppa d’Africa.

«Se Charly vuole giocate attaccante centrale bisogna che ne parli prima con Scamacca e con Krstovic, e magari anche con Raspadori . Non sono giocatori che possiamo accantonare. Sono un capitale della società, sono tutti ragazzi validi e bisogna trovare a tutti una collocazione nella quale possano rendere al massimo. Però devono mettersi tutti a disposizione del collettivo, senza egoismi».

Rowe e Kessie, due giocatori destinati a diventare fondamentali in prospettiva, sono arrivati a campionato inoltrato. A che punto è il loro inserimento?

«Kessie è un giocatore di livello, è un pensante in campo e noi può fare parecchio comodo. Rowe è un istintivo, uno di quei giocatori a cui va lasciata la possibilità di esprimere se stesso senza imbrigliarlo. Ci deve garantire una buona fase difensiva, ma in fase offensiva deve fare quello che gli passa per la testa. Stiamo provando a convincerlo di questo, e in allenamento lo facciamo giocare in piena libertà. Sicuramente questo ci porterà qualche incazzatura perché esagererà. Però va fatto esprimere».

In difesa invece, al momento gli uomini sono contati. Nella serie di sfide ravvicinate che sta per arrivare, da centrali giocheranno sempre Scalvini (molto utilizzato anche in azzurro dal ct Mancini) e Kristensen, o vedremo altre soluzioni, tipo Obric o magari Kolasinac?

«Non lo so, vediamo. Vediamo soprattutto il recupero di Kossounou quanto ci prenderà ancora. Purtroppo in queste settimane non abbiamo potuto provare più di tanto, anche perché Christensen, che pure è rimasto a Zingonia, è arrivato dall’Udinese con un problema alla caviglia che non si è mai completamente risolto. In queste ultime due settimane ha fatto solamente gli allenamenti di reparto, ma un allenamento completo non l’ha mai fatto. Kolasinac era via con la nazionale bosniaca, e Obric era con l’Under 21 slovena, quindi siamo indietro. Proveremo qualcosa in questi giorni, però è difficile».

Ma un difensore centrale più abituato al suo calcio e con caratteristiche di leadership, sul mercato, non c’è stata proprio la possibilità di prenderlo?

«La società ha le sue esigenze e le sue politiche, e vanno rispettate. Tanto poi nel calcio di cose che ti possono mettere in difficoltà ne succedono tre al giorno, bisogna andare oltre».

A proposito di imprevisti, quanto è stato preso in contropiede dalla scelta di Djimsiti che nell’amichevole di Rotterdam, per letture tattiche e personalità, era sembrato quello più avanti sulla strada dell’apprendimento dei nuovi meccanismi?

«Djimsiti è un ragazzo intelligente e poteva essere sicuramente uno con facilità di apprendimento del nuovo modo di difendere. Però io capisco la società, che ha voluto far contento un giocatore che le aveva dato tantissimo lasciandolo libero di andarsi a prendere l’ultimo contratto della carriera dove poteva guadagnare di più.Personalmente non me l’aspettavo, era uno su cui facevo affidamento. Però parlando con i ragazzi mi dicevano che già da un paio d’anni c’era nell’aria un’ipotesi di questo tipo».

Visto che siamo in tema di addii eccellenti, c’è stato anche quello di de Roon, che ha fatto discutere.

«Ha scelto lui. Quando è andato via ha detto che si è trovato fuori dal progetto tecnico, ma io non gli ho mai detto niente del genere. C’è stato un momento all’inizio della stagione in cui ho avuto necessità di inserire e valutare dei giocatori e non ho fatto giocare né lui, né Kolasinac perché in quei ruoli volevo un’evoluzione veloce e positiva di Gaetano e di Bernasconi. Kolasinac è rimasto, ha cominciato a giocare e molto probabilmente sarebbe successo anche a de Roon. Lui con me non ha mai parlato, ha preferito andare alla Roma e io ne ho preso atto. Non ho mai detto al giocatore “tu non avrai spazio” o “sei fuori dal progetto”. E lui non è mai venuto da me a parlare della sua situazione personale, è sempre andato direttamente a parlare con la società. Quindi non può avere idea di come la pensavo io».

Kolasinac, al di là magari di qualche carenza in termini di centimetri, può fare il centrale per la personalità e il fatto – non guasta – di essere mancino?

«Sicuramente lo può fare per personalità, per carattere, per aggressività. Poi sì, gli manca qualche centimetro, ma soprattutto si tratta di trasformare un giocatore istintivo in un giocatore di lettura».

Chiudiamo il giro dei difensori con Scalvini, che in Nazionale ha giocato, e bene, in una difesa a quattro.

«Scalvini sta facendo dei passi in avanti giganteschi. A volte mi lamento del fatto che deve avere più personalità, ma perché lo ritengo un giocatore molto forte, che deve diventare un punto di riferimento e un aiuto per tutta la squadra. Lui individualmente è un giocatore molto forte, ma dovrebbe trasformarsi da leader tecnico in trascinatore. Poi non è questione di difendere a tre o a quattro: la distinzione ha un significato molto minore rispetto al modo di difendersi, uno che è di palese orientamento sugli avversari e uno di palese orientamento sulla palla. Ma secondo me Scalvini ha più caratteristiche per fare quello che sta facendo ora e non l’altro. Lui non è un super aggressivo Scalvini, ma è un tecnico, uno che ha letture. E quindi questo è un modo di difendere che lo può esaltare. Poi è uno forte, e quindi si pretende».

Capitolo esterni: Bellanova sembrava destinato a partire ed è una delle sorprese di questo campionato. A sinistra sia per Bernasconi, sia per Kolasinac. Zappacosta può essere un’alternativa su quel lato?

«Bellanova sta facendo bene, e se gli parli ti dice che si sente molto più adatto a giocare a quattro e non a fare quinto. Ha un’accelerazione, una velocità di base che gli consente di sbagliare e metterci un rimedio lo stesso. A sinistra è chiaro che io devo anche cercare di far crescere Bernasconi, perché essendo il più giovane è quello a cui vanno date altre possibilità sicuramente».

Lei sottolinea molto spesso la cultura del lavoro di questa squadra.

«Potrebbe essere addirittura una squadra troppo di bravi ragazzi, detto fra virgolette. Hanno cultura del lavoro, fanno tutto quello che viene chiesto. Invece a me a volte piacerebbe litigare. Il litigio è un segno di personalità. Senza andare mai oltre, chiaro. Questi invece hanno la cultura del lavoro da accettare, a volte anche passivamente».

A proposito di cultura del lavoro, al di là delle sue radici operaie, c’è anche qualcosa di bergamasco assorbito durante l’infanzia trascorsa a Castro?

«Sì, forse qualcosa inconsciamente ho assorbito perché fin da fin da bambino sono sempre stato così, con questa mania del perfezionismo… Fin dalla prima elementare se all’ultima riga facevo uno sbaffo strappavo la pagina… Quindi sì, penso che alla fine qualcosa sia rimasto».

Lunedì arriva il Venezia. Cosa chiede a questa partita? Dopo tre sconfitte consecutive il risultato a questo punto comincia a pesare.

«Mi piacerebbe vedere una squadra che gioca a calcio. La parola d’ordine è: testa libera per giocare a calcio. Perché se noi ci liberiamo la testa può anche darsi che lunedì non ci venga un gran risultato, ma in futuro ci verrà sicuramente».

La piazza comunque finora vi ha sempre sostenuto.

«Bergamo è una piazza, e l’Atalanta una società, che viste dall’esterno sono qualcosa di davvero unico nel calcio italiano. Poi all’interno è effettivamente così: grande tifoseria, stadio in cui è un piacere giocare, strutture di alto livello e società in cui il fattore umano ha ancora il suo peso».

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