Trasformare il dolore in resistenza e speranza: 1.000 Tears di Selma Selman
L’INTERVISTA. In mostra alla Gamec, la prima personale in Italia dell’artista bosniaca.
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Bergamo
«Mi interessa capire come qualcosa di negativo possa diventare positivo. In quasi tutto il mio lavoro cerco questa trasformazione». Parte da qui il racconto di Selma Selman, artista bosniaca protagonista alla GAMeC di Bergamo con «1000 Tears», la sua prima mostra personale in Italia.
Un progetto che affonda le radici nella storia personale dell’artista e nella Bosnia-Erzegovina degli anni Novanta, segnata dalla guerra. Il punto di partenza è una fotografia del 1993 che ritrae Selman insieme a un gruppo di donne: figure che tornano nei suoi lavori e diventano simboli di protezione, memoria e resistenza.
Dal trauma alla speranza
Nelle opere esposte, il dolore non viene semplicemente raccontato, ma trasformato. «Questa mostra propone delle domande: cosa resta dopo il dolore e come si può creare qualcosa che non rifletta soltanto il dolore, ma faccia spazio alla resistenza e anche alla speranza», spiega Selman.
Lo sguardo è uno degli elementi centrali del percorso: occhi che osservano, che si incrociano, ma anche occhi coperti, come forma di protezione dalla violenza.
«L’arte è uno strumento di comunicazione»
Per Selman, l’arte non deve offrire risposte definitive. «Per me l’arte è uno strumento che si usa per comunicare con le persone. Non ho un obiettivo preciso: penso piuttosto di creare uno spazio per la comunicazione e forse per la comprensione».
La mostra si inserisce nel percorso della GAMeC dedicato alla Pedagogia della Speranza. Come sottolinea il direttore Lorenzo Giusti, è un progetto che parla della possibilità di «superare i traumi, ritrovare forme nuove di dialogo, imparare a disimparare e pensarci nuovi, diversi, migliori».
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