Medici di base e Covid: «Terribile sentirsi
impotenti con 40 anni di esperienza»

Testimonianze Sorlini (Albino) e Barcella (Sarnico): «Noi, in trincea a un passo dalla pensione».

All’ultimo miglio. L’epidemia per loro è arrivata a tempo (quasi) scaduto, quando iniziavano a sentire il fischio di fine partita. Quarant’ anni di lavoro alle spalle, e figurarsi se l’esperienza più dura di una vita trascorsa col camice addosso arriva proprio quando quel camice è pronto per essere appeso. E invece. Fra le fila dei medici di base bergamaschi che si sono trovati a combattere in prima linea contro il Covid-19 ci sono anche i professionisti prossimi alla pensione.

Per Mario Sorlini, 67 anni di cui 40 trascorsi nel suo ambulatorio di Albino, il 2020 sarebbe dovuto essere semplicemente l’anno della transizione. «A inizio anno la mia carriera scorreva serenamente verso il suo epilogo, ero pronto a gestire con tranquillità gli ultimi dodici mesi della mia professione. E invece sono stato travolto da quella che io chiamo un’onda anomala. È iniziato tutto il 24 febbraio: i miei assistiti hanno iniziato ad ammalarsi uno dopo l’altro, 17 di loro sono morti dalla sera alla mattina, il mio telefono squillava al ritmo di cento chiamate al giorno. E, soprattutto, non sapevo, né io né i miei colleghi, come curarli. Dopo quarant’ anni di lavoro, non avrei mai pensato di potermi sentire inadeguato di fronte ai miei pazienti». Alla fine di dicembre il dottor Sorlini andrà in pensione. Con un enorme peso addosso: quello di aver dovuto combattere, per i suoi assistiti, con le armi spuntate: «Abbiamo fatto medicina africana, usato cure che io definisco un po’ semplicisticamente artigianali: ma è per far capire che, all’inizio, siamo andati a tentoni. Per tentativi, insomma. E non eravamo abituati. Non lo siamo mai stati, non in questa epoca».

Un’esperienza che non si dimentica, nemmeno se quel camice indossato per 40 anni è pronto ad essere appeso al chiodo: «No, non si dimentica. Così come non si dimentica l’affetto espresso dai miei assistiti: non ho mai ricevuto così tanti ringraziamenti come quest’ anno. Vado in pensione con questo calore, questa gratitudine. E anche con un dispiacere, però. Non ho mai creduto che i cittadini ci potessero vedere come eroi, ma come argini allo tsunami sì. Oggi, invece, sembra che qualcuno se lo sia dimenticato, quell’impegno. Un impegno che ci ha visti in prima linea sette giorni su sette, giorno e notte. Le 24 ore non ci bastavano».

Evelino Barcella ha 66 anni. Vive e lavora a Sarnico. Anzi, lavorava: da qualche giorno si gode la pensione sul lago, dopo essere stato il direttore sanitario della Rsa sarnicese per ben 35 anni. «Sono entrato che era il 1985, c’era giusto un medico, un infermiere, un fisioterapista. Niente a che vedere con l’équipe multidisciplinare di oggi». Équipe che, a marzo, è stata messa in ginocchio dall’epidemia: «A un passo dalla pensione mi sono trovato al centro di una battaglia epica. Moltissimi di noi si sono ammalati, e a curare 104 ospiti siamo rimasti io, un infermiere e un altro paio di medici. Ed era come se le rsa fossero state su un altro pianeta: si sapeva che gli anziani erano la fascia più a rischio, eppure non si sono protette le case di riposo. Non a sufficienza».

Uno scenario in cui l’esperienza accumulata in 40 anni di lavoro può, incredibilmente, fare poco: «I nostri anziani hanno iniziato ad ammalarsi, almeno metà dei nostri ospiti. E ci siamo trovati di fronte a situazioni inedite: non solo non c’erano terapie acclarate per affrontare i contagi, ma non si trovavano nemmeno quei pochi farmaci che all’epoca sembravano aiutare. Ventitré dei nostri anziani si sono spenti: vederli morire così è stato straziante». Il dottor Barcella, che da qualche giorno non indossa più il camice, è andato in pensione portando con sé un mix di emozioni. «Da un lato c’è l’amarezza, dal’altro un’immensa gioia per l’affetto che mi hanno espresso ospiti e colleghi: non li ho mai lasciati soli, in quest’ anno terribile».

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