Martedì 03 Dicembre 2013

Quelle misteriose ruote di pietra

nascoste nei boschi di Carvico

Macine delle vecchie cave del Monte Canto
(Foto by Maria Zanchi)

Una camminata in un freddo pomeriggio di sole sui colli intorno a Carvico può celare diversi significati, che vanno ben oltre la fatica del non allenato cronista che si trascina per qualche ora dribblando a stento sterpaglie e tronchi d’albero.

Quella camminata nei boschi può rinchiudere un pezzo di storia dimenticata, in tutte le accezioni con la quale essa può essere intesa: storia nel senso di racconto specifico scomparso nei meandri della memoria e della tradizione orale, oppure pezzo di Storia con la esse maiuscola, ovvero un piccolo angolo sullo sfondo delle evoluzioni sociali e culturali dell’Italia del tempo che fu.

Magari uno spazio con vista su tutto quello che succedeva intorno, mantenendo un certo anonimato, un po’ come faceva quella torre che non c’è più e si suppone che un tempo ci sia stata. Nel bosco di Carvico, per la precisione nella zona chiamata – non si sa bene perché – Falò, ne sono rimasti solo i resti, qualche pietra posta ordinatamente. Non lontano da lì, sul Monte Giglio, a Calusco, un’altra torre di avvistamento se ne stava in bella vista fino al crollo, negli anni ’60, e stessa cosa dall’altra parte, in località San Giovanni: tutte costruzioni in pietra che servivano per controllare un territorio strategico, dato che quello era il confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.

Ecco perché quelle poche pietre poste a formare un perimetro dalla forma quadrata, con il lato lungo una decina di metri, lasciano intendere la storia che ci potrebbe essere dietro, testimoniata peraltro in parte dai documenti recuperati in tempi recenti tra gli archivi di Stato di Bergamo e Venezia (nel primo si conservano gli atti relativi all’ordinaria amministrazione, nel secondo tutto il resto) che parlano esplicitamente di una «torre di Roncarro», dal nome della località sulla quale sorge quel colle: in fondo di altre candidate non c’è traccia e difficilmente si può pensare che il riferimento sia collegato a un’eventuale e ancora sconosciuta costruzione alternativa.

Le prime ricerche furono portate avanti da Gianfranco Ravasio, che, con un gruppo di amici appassionati di archeologia (tra cui Attilio Magni, Marilena Beretta e Gianmario Farina) una trentina di anni fa scoprì i resti della torre e i suoi reperti, una manciata di cocci e di ceramiche al suo interno.

Una nuova puntata di quella stessa ricerca è portata avanti oggi da Guido Rota, giovane con la passione per l’antichità e l’idea di completare un volume (la stampa è prevista per i primi mesi del 2014) sulla storia del suo paese (Carvico, appunto, dove ricopre la carica di assessore), al quale sta collaborando lo storico Gabriele Medolago, oltre a un gruppo di volontari già impegnati in un’avventura che guarda indietro fino al Basso Medioevo, tra un’immersione e l’altra in archivi di Stato e della diocesi.

Tra questi anche Rota senior, ovvero papà Ferruccio, uno che in quei boschi è di casa e che, tra un aneddoto e l’altro, ci accompagna su per i gradoni della collina, raggiungendo il «térs pià» (terzo piano, appunto) saltando come una cavalletta, quando tutti gli altri se ne stanno ancora ad arrancare con la lingua di fuori.

Dalla torre che non c’è più, imboccando l’ennesimo sentiero in salita che si staglia in una zona che un tempo raccoglieva una sfilza di vigneti, si giunge nell’altro luogo strategico del bosco di Carvico, in zona Albune, ovvero il punto che ospita i resti di una vecchia cava da pietra. Alle spalle il fronte cava; sotto i piedi, a distanza di qualche decina di metri l’una dall’altra, qualche ruota, probabilmente da mulino, una delle quali conservata quasi alla perfezione: «Una menzione della cava risale al 1347: a quel tempo, apparteneva a Giacomo Ficeni di Bergamo. Altre notizie risalgono a vari atti notarili e alle elencazioni fatte dal governo veneto per fare pagare le tasse: ad esempio, nel 1676, Carlo Agazzi e Antonio Ghisleni vendettero alcune di queste cave al nobile Carlo Giacomo Vecchi di Sotto il Monte», illustra lo storico Gabriele Medolago.

Altri documenti recuperati a Venezia (risalenti al XIV secolo e redatti dal funzionario della Repubblica Veneta che si occupava di riscuotere i dazi delle attività sulla terraferma) parlano di due cave, una a Levante e una a Ponente del Comune: della prima, per l’appunto, sono stati trovati i resti in questione, della seconda invece è rimasto giusto il toponimo di una frazione (Mulini, appunto) che si rivela nella fattispecie qualcosa di più di una semplice supposizione.

«Gianfranco Ravasio è stato fondamentale nelle ricerche in questi nostri quattro anni di lavoro. Quanto alle ruote, qualcuna è visibile, altre sono state trasportate dalla corrente del vicino corso d’acqua e, in alcuni casi, sono state poi portate via dalla gente, che ora le tiene anche in mostra nel proprio giardino», spiega Guido Rota. Che chiude il proprio racconto quando anche la discesa a valle è ormai terminata. Facendo di tutto perché questa storia non debba essere dimenticata.

Matteo Spini

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