Con Magellano nella Terra del Fuoco
Tra ghiacci e fiamme oltre ogni confine

Immaginate di aver affrontato mesi di navigazione. Di aver solcato le distese sconfinate dell’Oceano Atlantico, tempestoso ed immenso.

Di aver patito il freddo e provato la paura di non arrivare mai ad una meta, rischiando continuamente la morte. Ma alla fine, immaginate la gioia di aver raggiunto la destinazione, nonostante le avversità del viaggio. Nonostante le disavventure e le fatiche. Tutte emozioni che devono aver provato i grandi esploratori del mare. Soprattutto nei viaggi verso la «Terra alla fine del mondo», la «Terra del fuoco». Siamo tra il Cile e l’Argentina, in uno dei luoghi più isolati del pianeta. E tra i più difficili da raggiungere via mare.

«Terra del fuoco» è il nome del gruppo di isole al largo della punta meridionale del Sud America, al di sotto dello Stretto di Magellano. Alcune di queste sono, a noi, poco note: l’Isola Grande, l’Isola Dawson, le Isole Diego Ramìrez. Altre, sono quasi mitiche, come Capo Horne. Queste isole, bagnate dall’Oceano Atlantico da un lato, violento e tempestoso, e dall’Oceano Pacifico dall’altro lato, tranquillo e calmo, sono state lo scenario di alcune delle più grandi storie dell’esplorazione. Tutte guidate da uno stesso sogno: quello di aumentare la conoscenza dell’uomo.

Fondamentale è la figura del portoghese Ferdinando Magellano. Siamo agli inizi del Cinquecento: la scoperta dell’America ha scatenato una vera e propria corsa alle navigazioni. Tutti i re europei sono desiderosi di conquistare nuove e inesplorate porzioni del mondo. Magellano è un navigatore ma soprattutto un gran conoscitore di astronomia e di geografia. È certo di poter arrivare alle Indie percorrendo un’altra rotta. Invece che circumnavigare l’Africa, vuole navigare verso ovest nell’Oceano Atlantico e, grazie ad un canale, raggiungerle. L’idea non è proprio sua. Già da diversi anni circolano mappe con indicate le ultime scoperte geografiche dove quel canale, a sud del Brasile, è già ben segnalato. Magellano è molto furbo: vende un’idea, non sua, come tale. Ma è anche un abile politico.

Per farsi finanziare presenta il progetto, in tutta la sua grandezza, al giovane imperatore di Spagna, Carlo V, che, desideroso di prestigio, accetta immediatamente. Se la sua intuizione fosse stata corretta, le conseguenze sarebbero state enormi. La terra sarebbe stata considerata ufficialmente rotonda. La Spagna sarebbe diventata padrona dei commerci mondiali. E lui sarebbe diventato l’imperatore sopra il cui regno non sarebbe mai tramontato il sole. Le navi di Magellano salpano dalla Spagna il 20 settembre 1519. Ma la spedizione non nasce sotto una buona stella. Il re del Portogallo, desideroso di bloccare la missione, manda le sue navi ad attaccare quelle di Magellano. Ci sono tentativi di ammutinamento a bordo: gli spagnoli non amano avere un comandante portoghese. Scarseggiano pure l’acqua e i viveri. Ma finalmente, dopo aver attraversato l’Oceano, dall’alto dell’albero della nave si vede un canale che entra nella costa.

Magellano pensa di aver finalmente trovato quello che cercava: il collegamento tra l’Oceano Atlantico e le Indie. La gloria sembra vicina. Le navi entrano nel grande canale. Enorme. Navigabile. Ma qualche cosa non va. L’acqua è dolce, invece che salata. È un fiume. E infatti Magellano arriva alla foce del Rio de la Plata, la grande confluenza dei fiumi Uruguay e Paranà, dove oggi sorge la città di Buenos Aires. Il morale dell’equipaggio è a pezzi. Ma Magellano non si abbatte. Decide di andare ancora più a sud. Comincia a far freddo. Le temperature si fanno sempre più rigide. L’equipaggio sempre più impaziente. Come previsto, la flotta si imbatte in un nuovo canale. Ma ora l’acqua è salata. Magellano capisce di aver trovato la via che cercava. È il 1° novembre 1520, e viene ufficialmente scoperto lo Stretto di Ognissanti, chiamato in seguito Stretto di Magellano.

Durante la traversata del canale, lo scenario è incredibile. Ci sono fiordi e ghiacciai ovunque. Ci sono animali strani: pinguini e leoni marini. E di notte, le montagne a sud prendono fuoco. Fumo ovunque. Nulla di strano: il popolo dei Yánama sta bruciando la vegetazione per creare dei terreni coltivabili. Ma per l’equipaggio di Magellano è come essere scesi negli inferi. E sono terrorizzati. Per questo, la terra a Sud dello Stretto viene chiamata «Terra dei fumi». E in seguito «Terra dei fuochi». Magellano non esplora questi territori: vuole arrivare velocemente alle Indie. Ma senza saperlo, ha scoperto la «Terra alla fine del mondo»: come dice lo scrittore statunitense Arthur Bloch «tutte le grandi scoperte si fanno per sbaglio». E questo è uno di quei casi.

In seguito, molti navigheranno in queste acque: Francis Drake, James Cook, Robert FitzRoy. Perfino lo scienziato Charles Darwin. Scopriranno che la Terra del fuoco non è un continente, ma solo un insieme di isole. Questa parte del mondo viene progressivamente dimenticata. Troppo selvaggia, pericolosa e desolata. Fino a che, dalla provincia di Biella, un giovane salesiano, Padre Alberto De Agostini, non decide di partire per riscoprire quelle terre. La passione per la geografia è un dono di famiglia. Il fratello Giovanni ne aveva fatto un’azienda, fondando nel 1901 l’Istituto Geografico De Agostini. Lui decide di farne la sua vita. De Agostini mappa in maniera scientifica tutte le terre a Sud dello Stretto di Magellano.

Il Canale di Beagle, Capo Horne e la Cordigliera di Darwin diventano noti in ogni loro insenatura. Percorre tutto via mare, lungo quelle rotte che oggi sono percorse in maniera più confortevole dalla compagnia di navigazione «Cruceros Australis». Scopre i grandi fiordi che costituivano la parte finale dello «Hielo Continental Patagónico», un gigantesco ghiacciaio rimasto intatto dall’ultima glaciazione. Ad alcuni dà un nome, come per il ghiacciaio Pio IX: anche se geografo, esploratore e fotografo rimane un sacerdote. Pubblica libri, scatta fotografie, gira film. Ma soprattutto fa scoprire al mondo la bellezza di questi luoghi sotto il profilo geografico, naturalistico ed antropologico. Luoghi abitati non da selvaggi, ma da popolazioni con una cultura millenaria, dove le forze della natura convivono in un equilibrio perfetto.

Come diceva lo scrittore francese Marcel Proust, «il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi». Questa è stata la missione di De Agostini: essere stato questi nuovi occhi per il mondo.

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