Laurea in Economia e Commercio, 48 anni, un debito saldato fino all'ultimo giorno con la giustizia. Sulla carta, Fabio ( nome di fantasia)avrebbe tutte le carte in regola per stare sul mercato del lavoro. Nella realtà della provincia bergamasca — dove la disoccupazione quasi non esiste — per lui una seconda possibilità non c'è. Tra pochi giorni scadrà il suo contratto a tempo determinato con una cooperativa sociale e, per la prima volta da quando è tornato un cittadino libero, la paura di precipitare di nuovo nel baratro si fa concreta.E così l'ombra della recidiva torna a incombere.In una terra dove la domanda di manodopera è costante e le aziende lamentano continuamente la mancanza di personale, chi esce dal circuito penitenziario trova la strada sbarrata. Tutti a caccia di tirocinanti a basso costo da formare, nessuno disposto a investire su un uomo adulto che ha riconosciuto i propri sbagli e chiede soltanto di poter lavorare per non tornare a sbagliare.In Italia, chi sconta la pena senza un reale inserimento lavorativo torna a delinquere nel 70% dei casi. Una percentuale che crolla sotto il 2% per chi viene inserito in contesti lavorativi stabili o in percorsi di misura alternativa. Il lavoro, dunque, non è un semplice stipendio: è l'unico vero argine alla recidiva.Eppure, il reinserimento rischia di fermarsi alla soglia del no profit. Finita la parentesi protetta all'interno delle cooperative sociali, il mercato aziendale ordinario si ritira. Trovare un'occupazione da ex detenuto diventa un'impresa persino più dura del carcere stesso.A sostenere Fabio di fronte a un futuro del tutto incerto restano oggi soltanto i suoi genitori, unica rete d'affetto e di protezione. Il rischio è che il riscatto personale rimanga un'illusione teorica, lasciando chi ha già pagato il proprio conto con la giustizia condannato a un'eterna pena accessoria: l'esclusione.Servizio di Paola Abrate
