Prevedibilmente euforico, l'esordio del 66mo Festival di Cannes all'insegna dell'età del jazz: "Il Grande Gatsby" secondo Baz Luhrmann s'accende di suoni e colori sugli schermi della Croisette, come un luna park sulla costa di Long Island, laddove Francis Scott Fitgerald ha ambientato il suo canto della modernità già decadente, entrato a buon diritto tra i capolavori della letteratura non solo americana del XX Secolo.
Non è destinato a passare alla storia come un capolavoro, invece, il film che ora ne ha tratto il sempre più ambizioso e meno interessante Baz Luhrmann, che rigurgita disarmante volgarità estetica ad ogni immagine e svilisce un testo capace di gestire con scrittura limpida l'enfasi dei tempi e la pulsione magniloquente del suo protagonista.
Naturalmente la cosa incide sul successo della ouverture di Cannes molto meno delle nuvole e della scarsa pioggia che sta bagnando i festivalier in arrivo per la kermesse: in realtà i lustrini e il ritmo impresso da Luhrmann soprattutto alla prima metà del suo film stanno al gioco di un festival che cerca l'effetto stettacolo e lo trova facilmente in quel che resta della vitalità estetica elaborata dal regista australiano in due film come "Romeo + Giulietta" e "Moulin Rouge", destinati probabilmente ad essere gli unici veri capolavori della sua filmografia, se non si deciderà a trovare un nuovo impianto concettuale per le sue istanze visionarie.
Luhrmann prende il testo di Fitzgerald e ne fa un dispendioso (in senso estetico) mosaico di euforia sull'orlo dell'abisso esistenziale, schiacciando nel frastuono di una vitalità tutta di superficie la malinconia riflessa nell'iconico enigma creato dallo scrittore sul corpo del misterioso Gatsby. Un proliferante senso dello spettacolo della vita, in cui perde di pregnanza proprio quello spirito dei tempi di cui Gatsby dovrebbe essere emblema, mentre l'America degli anni '20 diventa una sorta di arazzo orgiastico di vitalistica opulenza sul quale si muovono per pura vanità passionale una serie di figure in costume,la cui bidimensionalità non è risolta nemmeno dall'utilizzo di un 3D utilizzato senza estro.
Cercando nel segno grafico delle memorie scritte dal narratore Nick Carraway il punto di equilibrio narrativo, Luhrmann costruisce un racconto che introduce all'enigma di Jay Gatsby, ricco affarista di Long Island dall'oscuro passato, ospite di sfarzosissime feste nella magione che ha costruito come un castello per la sua solitudine. Nel suo passato c'è la storia d'amore con Daisy, interrotta dalla guerra e vanificata dal matrimonio della ragazza con il ricco campione di polo Tom Buchanan.
Nel suo presente c'è la speranza di riuscire a strappare Daisy a suo marito, magari con l'aiuto di Nick Carraway, il cugino di Daisy, giunto in città per far fortuna come brooker e ritrovatosi ad occupare una vecchia casa accanto alla sfarzosa villa di Jay Gatsby.
Il film aggredisce il racconto spazzando subito via qualsiasi senso della malinconia in un orgiastico tourbillon di feste, musica e alcol, in cui l'estetica invasiva di Luhrmann si concede tutti i vezzi irriverenti del suo filmare. Vezzi che negli anni '90 di "Romeo + Giulietta" irrompevano sulla scena del cinema come una appassionante novità e che nell'incipiente 2000 di "Moulin Rouge" si configuravano come la soluzione di una modernità cinematografica giunta a compimento.
Ma qui tutto risulta a dir poco ingenuo, la contaminazione musicale tra epoche e scenari non regge, l'insistenza su una visione panica dello spazio immaginario del set favorita dall'uso del digitale e del 3D ha un che di puramente pacchiano. Ma poi è il tono generale che non funziona, anche quando nella seconda metà il film trova un equilibrio più corretto nella narrazione delle vicende passate e presenti dei protagonisti. Luhrmann carica ogni scena, traduce in sagome quei personaggi che dovrebbero vestire il senso del tempo, si dilunga in eccessive distorsioni stilistiche.
E poi c'è soprattutto l'inadeguatezza dal cast: Leonardo DiCaprio non regge minimamente il fascino che appartiene a Gatsby e fa rimpiangere la versione di Robert Redford nel film del '74, così come Tobey Meguire non dà sostanza a Nick Carraway. Resta solo la Daisy di Carey Mulligan, attrice di insubbia luminosità, alla quale però Luhrmann non sembra voler dare adeguato spazio. (ITALPRESS).