«A Tel Aviv ho trovato ispirazione per il mio Cosmo»
Olga Vanoncini

«A Tel Aviv ho trovato
ispirazione per il mio Cosmo»

Sorride seduta sulle scale di casa, in un vestito leggero a pois colorati. Sarà il tema del bianco, saranno la levità del tessuto e dello sguardo, sarà lo sfondo minimal dove prevalgono i vuoti sui pieni. Ma si capisce già che in questo scatto rubato ci sta tutto un mondo, o meglio un cosmo, con l’idea di armonia che contiene. Olga Vanoncini il suo cosmo l’ha creato a Tel Aviv.

Un ossimoro – l’ordine e la grazia – in una città che ai più evoca scenari poco rassicuranti? No, perché come racconta Olga (e chi c’è stato può confermare) oggi la «collina della primavera» affacciata sul Mediterraneo, il principale centro economico di Israele, è molto altro: «Un ambiente cosmopolita, vivace, dinamico, aperto». Tanto che lei, ormai da quasi due anni, ha base qui, senza ripensamenti, anzi. Qui ha trovato l’humus (da non confondersi con l’hummus, la squisita salsa di ceci e sesamo, piatto tipico di queste parti) per i suoi nuovi progetti creativi, che si chiamano «Le Cosmos d’O», declinati in «Home e Objects». Prima di addentrarci nell’esplorazione di questa «second life», però, partiamo dall’inizio.

Classe 1978, cresciuta nel quartiere cittadino di Loreto, un diploma al liceo classico Paolo Sarpi e due lauree (una in Filosofia all’Università Statale di Milano, l’altra all’Accademia di Belle Arti alla Carrara), dopo diversi anni di insegnamento (docente di Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia, assistente allo Iulm di Milano e alla Iuav di Venezia), collaborazioni con gallerie d’arte e case editrici, nel settembre 2014 Olga decide di fare le valigie e trasferirsi. «Avevo voglia di fare un’esperienza di vita e professionale fuori dall’Italia, in un contesto internazionale. Mio marito Yonatan ha condiviso questa spinta al cambiamento e visto che lui è israeliano abbiamo scelto Tel Aviv», racconta.

Le difficoltà iniziali (soprattutto logistiche e burocratiche) non sono mancate, «ma le avevamo messe in conto e le abbiamo affrontate in modo positivo, sono state prove costruttive che anzi hanno alimentato la mia ispirazione». Paura? «Tel Aviv viene chiamata “la bolla”, perché la tensione che si vive in altre zone d’Israele qui si avverte meno. Quando sono venuta per la prima volta da sola, e mi sono fermata una settimana per degli incontri di lavoro, era in corso una fase particolarmente delicata tra israeliani e palestinesi in cui si sparavano anche i razzi. Sono rimasta perché volevo provare cosa significa. L’importante, in quei momenti, è sapere come comportarsi, avere sangue freddo. E alla fine mi sono detta “ok, ce la posso fare, ci sono mille motivi per cui ne vale la pena”».

E gli esempi di questi lati positivi non mancano. Olga li mette in fila: «Il paesaggio, con le spiagge e le piste ciclopedonali chilometriche: ci si muove liberamente in bici o a piedi; la vivacità culturale, con tantissimi eventi di arte contemporanea, moda e design; l’innovazione, con start up legate alla tecnologia applicata all’arte; il multiculturalismo: è normale che le persone vadano e vengano, c’è molta mobilità sociale e chi viene da fuori è visto come una ricchezza, portatore di esperienze diverse. Ci sono un grandissimo interesse e sete di conoscenza soprattutto verso l’Italia, che per gli israeliani è molto “wow”».

Un contesto, quindi, che si è dimostrato particolarmente fertile per la crescita professionale di Olga. «Oggi mi interessa l’arte come strumento educativo – spiega –, la connessione tra la parte teorico-filosofica e il processo, l’arte come “live”, come esperienza da vivere». A più livelli. Nella scuola: «Faccio l’educatrice con un progetto creativo in inglese per bambini di 5-6 anni, che hanno origini americane, francesi, sudafricane. Conduco laboratori sul gioco, la creatività e la libertà espressiva». In diversi «contest» di Tel Aviv (dall’Aperi Kucha a Casa Veranda, con l’ambasciata italiana promotrice dell’evento, al Salon Talks dell’Artspace): «Con il progetto “Crossing the blue live” unisco testi e immagini in performance che coinvolgono anche il pubblico in workshop diversi». E poi in casa: «Con Le Cosmos d’O/Home e Le Cosmos d’O/Objects creo abiti, lampade, borse, oggetti di design, pezzi unici fatti a mano, realizzati dall’ideazione alla produzione. È il mio “cosmo allargato” che espongo nella mia casa-studio-atelier nel centro di Tel Aviv».

Una ricerca continua con il marito Yonatan Rukhman, musicista e tecnico del suono, che a Tel Aviv ha aperto uno studio di registrazione. «Sul piano creativo non c’è dubbio che ci contaminiamo, c’è uno scambio continuo, non è detto che più avanti si traduca anche in qualche collaborazione meno informale», assicura Olga.

Un cosmo dove Bergamo occupa sempre un posto d’onore. «In città c’è la mia famiglia, che è un punto di riferimento assoluto e che ha sempre sostenuto le mie scelte. Il primo anno non sono mai tornata a casa ed è stata tosta. Ma ora che ho sistemato gli aspetti burocratici, cercherò di rientrare un po’ più spesso». Anche perché Olga ha tessuto un «filo» artistico» tra Bergamo e Tel Aviv. «Per tre anni sono stata coordinatrice di “The Blank” (sodalizio artistico made in Bergamo, ndr), di cui ora sono artist at large. Ora sto curando a distanza The Blank Tr-transit message, con l’attuale coordinatrice Claudia Santeroni». A una platea selezionata di personalità internazionali di diversi settori (artisti, antropologi, attori e geologi) è stato posto il quesito: «Che cosa è un messaggio in transito?». Non via mail o attraverso i social, ma su un supporto cartaceo, sul quale dovranno rispondere rispedendo indietro il foglio. «È un esperimento e un esercizio sulla ricerca di cosa significhi oggi mandare un messaggio, comunicare, transitare. I risultati – annuncia Olga – verranno elaborati in una pubblicazione finale, che contiamo di realizzare l’anno prossimo. È il primo progetto che The Blank sviluppa con un team internazionale. Un modo per far conoscere Bergamo e la sua realtà artistica oltre confini».

Intanto Olga il «messaggio in transito» l’ha mandato, con la sua scelta di vita. «Vivo passo dopo passo. Forse un giorno tornerò a Bergamo, forse un giorno mi trasferirò altrove, ma per ora il mio posto è qui a Tel Aviv. È ancora troppo poco che sto in Israele: ho ancora tanto da fare, esplorare e capire». La voglia e la fantasia non mancano, il cosmo di Olga è ancora tutto da riempire.

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L’articolo su L’Eco di Bergamo in edicola il 5 giugno

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