A Washington in cattedra per insegnare greco e latino

A Washington in cattedra
per insegnare greco e latino

Il giorno in cui è partito da Palosco, Fabio Pagani se lo ricorda ancora bene. Mancavano tre giorni all’11 settembre, una data che non ha bisogno di altro per essere subito collocata nello spazio e nel tempo. Quello che allora lui non avrebbe forse potuto ancora immaginare, è che da quel momento al suo paese non ci sarebbe più tornato. Non ancora, almeno, e non a viverci. Oggi, come mai gli era successo in questi ultimi 16 anni, Fabio è lontano, oltreoceano, a insegnare nientemeno che greco e latino a un gruppo di giovani americani. Da poco più di un anno è infatti docente ordinario alla Catholic University di Washington, con una cattedra che ha tutti i presupposti per essere confermata, tra pochi anni, a tempo indeterminato.

Quando si dice il caso: la vita di Fabio Pagani, 35 anni, è cambiata il giorno in cui ha ricevuto una convocazione dalla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove aveva chiesto di poter sostenere un test d’ingresso. «Ero appena uscito dal Sarpi – racconta – e non sapevo ancora cosa volessi davvero fare nella vita. Grazie agli insegnamenti dei miei professori, mi ero appassionato di tante cose, dalla giurisprudenza alla chimica, ed ero già pre-iscritto alla Statale di Milano». Ma la sua passione più grande era per le lingue antiche, un settore che, più di tanti altri, non dà chissà quali prospettive di lavoro. «Per questo ho provato a entrare alla Normale di Pisa, seppure senza troppe speranze – dice –. Là mi sono poi reso conto di aver avuto la possibilità di accedere alle borse di studio e di intrattenere contatti anche di lavoro con l’estero». Una volta entrato alla Normale, Fabio a Pisa ha trascorso anni intensi di formazione, ma non si è fermato lì: già prima della laurea ha passato un anno a Tübingen, in Germania, a preparare la tesi, poi da dottorando è partito per Londra, Parigi e Atene.

Si è specializzato in filologia classica, ha trovato un posto da assistente a Londra e da ricercatore a Berlino. «Ho avuto l’opportunità di uscire, di conoscere persone e di imparare le lingue – dice – e questo è stato decisivo nei primi colloqui di lavoro. Quando sono arrivato in Germania, sei anni fa, l’Accademia delle Scienze mi ha scelto per partecipare a un progetto per la riedizione di testi antichi e medievali e relativi all’aristotelismo della durata di 25 anni». Eccola, la prima differenza con l’Italia: «Da noi un progetto a così lunga scadenza sarebbe inimmaginabile», ammette Fabio. Sembrava una prospettiva confortante e invece Fabio Pagani ha scoperto che in Germania dopo 12 anni da dipendente, un ricercatore universitario dev’essere per forza assunto a tempo indeterminato, oppure licenziato. E siccome in tanti casi l’Accademia aveva deciso di lasciare a casa i suoi collaboratori, Fabio ha mantenuto alta la guardia, senza aspettare quella scadenza: «Volevo, nel contempo, cercare di farmi un curriculum più ampio – racconta – così sono partito per gli Stati Uniti, dove ho saputo che un centro specializzato dell’università di Harvard in cui si studia il greco tardo e bizantino, offriva borse di studio di un anno per scrivere libri o articoli sulla materia». E così si è preso un anno di «aspettativa» ed è volato in America, da dove poi non si è più mosso.

Da un colloquio all’altro, è arrivato fino a San Francisco, dov’è entrato in contatto con la Catholic University di Washington, che dopo un anno a tempo determinato, a soli 34 anni gli ha affidato una cattedra in greco e latino. «Qui non funziona come in Europa, dove a parlare per te basta il curriculum – rivela Fabio –. A ogni domanda si devono allegare le lettere di referenza di ben tre docenti. Insomma, è necessario fare un po’ di pubbliche relazioni». E soprattutto bisogna imparare a fare bene il proprio mestiere: «C’è molta attenzione e controllo sui docenti – ammette Fabio – se tanti studenti vanno male agli esami, i professori vengono richiamati dal dipartimento. Non solo: le valutazioni dei ragazzi contano molto per l’assunzione a tempo indeterminato dei docenti. Gli studenti sono seguiti parecchio, al punto che il professore diventa quasi un tutor per loro. Insegnare greco e latino agli americani è divertente, però trovo che, in generale, le matricole sono molto meno preparate di noi italiani. Ciò significa che la scuola italiana non è affatto un carrozzone che non produce niente, anzi. Il livello della scuola superiore in Italia è più alto che negli Stati Uniti».

Poi però le cose cambiano e i giovani sono quasi costretti ad andarsene. Fabio Pagani questo ragionamento lo ha fatto, forse inconsapevolmente, fin dalla scelta dell’università e poi ancora dopo la laurea: «Ho visto qual era la situazione dei ricercatori a Pisa – dice – e dire che la crisi doveva ancora arrivare. Di prospettive ce n’erano poche, così ho pensato di allargare il campo: invece di giocarmela su uno spazio piccolo, tra Pisa, Firenze e Bergamo, ho provato a mettermi in gioco all’estero». In Italia Fabio è tornato una sola volta, nel 2011, per tentare un concorso a Padova. Bocciato, pochi giorni dopo è stato preso in Germania e la sua vita è cambiata ancora, guarda caso lontano dal suo Paese. «Ma io non mi sono mai posto il problema di restare per forza in Italia e non mi sento un esule. Viviamo in un mondo globalizzato, pensare di rimanere nella città in cui sei nato è roba da altro secolo. Avrei potuto vederla come una costrizione, invece l’ho vista come un’opportunità, come una sfida, come la possibilità di imparare qualcosa di più. Se fossi rimasto a Pisa o a Bergamo non sarei cresciuto professionalmente allo stesso modo e non avrei imparato le stesse cose».

In Italia Fabio tornerebbe volentieri, «ma allo stesso livello – dice – non a fare le fotocopie. Purtroppo il problema è che non si offre nulla a nessuno e soprattutto non si fa nulla per attrarre le persone dall’estero. A volte ci dimentichiamo di quanto siamo forti in alcuni settori, ma se non investiamo, gli altri recuperano. Potremo resistere ancora un po’, ma così facendo rischiamo di imboccare la strada del tramonto». Per Fabio investire non è solo una questione di fondi ministeriali: «Bisognerebbe anche incoraggiare chi è all’interno dell’università ad attrarre i soldi, facendo domande per borse europee e cercando di stabilire contatti con i privati, per fare in modo che l’università non dipenda solo da finanziamenti statali». Da quando vive in America, Fabio torna in Italia un paio di volte l’anno. Torna più spesso in Germania, dove ha ancora collaborazioni di lavoro: «Ogni tanto mi rendo conto che il tempo passa, guardando i miei familiari e i miei amici: la loro vita prosegue e io sono altrove. A volte provo un certo senso di sradicamento. Dopotutto, sono cresciuto nel mio Paese e mai potrò sentirmi americano: vengo da una famiglia di artigiani e so cosa significa la precisione. Ecco, se noi avessimo la capacità che gli americani hanno di far prevalere l’aspetto d’insieme in ogni situazione, non ci batterebbe nessuno».

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