Alle Cayman il ristorante Un tavolo è per Bush

Alle Cayman il ristorante
Un tavolo è per Bush

Dalla Bergamasca alle isole Cayman. Giuseppe Gatta dal 1985 vive sulle isole «paradiso fiscale» con la moglie Susanna, inglese. Il suo ristorante, in un faro, è un locale di successo, con clientela vip, vini italiani e piatti ricercati. Ha servito a tavola personaggi come John Lennon (nella sua carriera, non in questo ristorante, ndr) e l’ex presidente americano George Bush Senior. Erede di un barone, è originario di Caravaggio e si è formato a San Pellegrino. Il primo lavoro a Lugano.

Dalla terra di Michelangelo Merisi alle Isole Cayman, da erede del barone Gatta di Sicilia a Captain G., ovvero il maitre di sala e ristoratore in un faro che affaccia sul mare. La storia di Giuseppe Gatta, 57 anni, originario di Caravaggio, ha il sapore della Belle époque e il colore blu intenso dell’oceano. La racconta dal suo quartier generale, un faro appunto, bianco, alto, con le vetrate rotonde sulla cima e il pennacchio con la luce di segnalazione di terra alle imbarcazioni che solcano le onde.

Giuseppe Gatta

Giuseppe Gatta

Alle Grand Cayman, nel mar delle Antille, a sud di Cuba, vive da 30 anni, con la moglie Susanna, di origini inglesi, e da 22 anni in quel faro ha inaugurato con un successo che non conosce stagioni «The Lighthouse Restaurant». Nella sua cantina conserva 150 tipi di vini, molti dall’Italia, tra cui non mancano le bollicine di Franciacorta, e i piatti a base di mare, ma anche i nostri formaggi.

Durante la sua lunga carriera, seguendo le rotte delle navi da crociera S.S. Oceanic e M.N. Doric dall’Italia a New York (e ritorno) e poi alle Bermuda, ha servito personaggi come il cantante John Lennon (non in questo ristorante, ma nella sua carriera, ndr) e l’ex presidente americano George Bush senior.

Partiamo dall’inizio: un bergamasco (della pianura) che ama il mare. Da dove nasce questa passione?

«Nasce dai racconti che sentivo fin da piccolo di mio cugino Angelo Vicario che lavorava sui transatlantici e girava il mondo e i Caraibi. Insieme alla passione per i viaggi mi ha trasmesso anche quella per la cucina: per seguirlo mi iscrissi all’Istituto professionale alberghiero di San Pellegrino».

Le è stata utile la formazione a San Pellegrino?

«Sì, era già allora una scuola molto rispettata e riconosciuta a livello internazionale. I professori erano tutti dei nomi apprezzati nel campo alberghiero. Ricordo in particolare il mio professore di sala, Giovanni Saccani: mi ha sempre incoraggiato e ricordo ancora che mi portò alla mia prima stagione estiva a Sottomarina di Chioggia. La grande occasione poi, che devo sempre a mio cugino Angelo, fu proseguire la formazione nel mio primo posto di lavoro all’Hotel Excelsior di Lugano. Entrare in quell’albergo di prestigio, per un ragazzino di Caravaggio, fu una grande emozione: lampadari di cristallo, posate d’argento, candelabri ai tavoli e la moquette così spessa che all’inizio avevo difficoltà a camminare diritto perché ci affondavo dentro».

Dopo 9 mesi a Lugano, si realizza il sogno: un posto nel personale di bordo di un transatlantico insieme al cugino Angelo… Com’è la vita su una nave di lusso?

«Negli anni Settanta la vita sulle navi da crociera richiamava la Belle époque: le crociere di Natale duravano anche 24 giorni, ogni sera c’era una proposta diversa, i passeggeri indossavano lo Smoking e le dame abiti lunghi da sera, il cibo era servito a tutte le ore del giorno. Si lavorava 16 ore per sette giorni su sette, ed eravamo liberi ogni 14 giorni per il pranzo. Un tour de force che durava anche sei o sette mesi di imbarco, ma da giovani si trova sempre il tempo per divertirsi. Ricordo ancora il mio primo imbarco a New York, le Torri Gemelle e la Statua della Libertà: salii a bordo della S.S. Oceanic, la prua sembrava che non finisse mai, una silhouette incredibile, per una nave che trasportava 800 passeggeri e altrettanti membri dell’equipaggio dalla Grande Mela all’Italia. Presi posto in cucina e iniziai subito a stare male: ero attaccato a un pilone e sentivo il mal di mare. Mio cugino mi disse: “Te ghèt cusè?” e io gli spiegai che avevo la nausea. Lui mi staccò dalla mia postazione e mi portò a poppa e mi disse ancora: “Guarda giù, siamo ancora attraccati al molo”. Con il passare degli anni – otto – mi abituai e credo di aver vissuto il mio sogno più bello».

Che cosa l’ha portata a fermarsi a un certo punto?

«Eh… durante il mio ultimo anno a bordo ho avuto la fortuna di conoscere quella che poi è diventata mia moglie Susanna, di origini inglesi. La vita a bordo non ti concede molto spazio per la vita privata e la famiglia così decidemmo di fermarci e, grazie a un altro cugino Carlo Magni, trovai lavoro alle Bermuda, all’Hotel Hamilton Princess, per 4 anni. Qui ebbi l’onore di far parte dei camerieri che hanno servito il vicepresidente americano George Bush senior (Reagan allora era il presidente) e conoscere John Lennon (veniva spesso per scrivere canzoni) ma anche Robert Stigwood, regista del film “Grease” con John Travolta. Per me e Susanna le Bermuda significano la nostra prima casa: ci siamo sposati, abbiamo oggi 8 cani e 5 gatti, purtroppo non abbiamo avuto figli».

Da buon capitano d’avventure non si è fermato però alle Bermuda…

«Mi venne offerta la possibilità di andare alla Grand Cayman come direttore dei ristoranti e sala banchetti di “The Grand Pavillon Hotel” e accettai per un anno, poi aprii con Susanna il nostro primo ristorante di cucina italiana. Nel 1992 mi innamorai del faro: The Lighthouse restaurant esisteva dal 1966 e il 31 dicembre 1992 lo inaugurai dopo sei mesi di completa ristrutturazione. Dopo 22 anni eccoci ancora qui».

Ha avuto qualche ospite famoso o conosciuto?

«Per questioni di privacy non voglio fare nomi: l’isola ospita moltissime celebrità e persone famose e il motivo per cui scelgono Grand Cayman è per la discretezza che offriamo. Vi posso dire che ci hanno visitato stilisti della grande moda italiana, attori e attrici americane, uno tra i primi astronauti… ma devo ammettere che per me tutti i nostri clienti sono famosi: senza di loro non potremmo continuare».

Com’è vivere in quello che tutti conoscono come un paradiso fiscale?

«La vita è molto cara qui: tutto è importato, pochissimo viene coltivato qui per il prezzo molto elevato del terreno e della manodopera, non è tutto oro quello che luccica. Il grande conforto è che al mattino, quando ci si sveglia, vediamo il sole e il mare e questa è la dolce vita, poi dopo il caffè ci si prepara per una nuova giornata».

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