Amore per le galassie In Inghilterra  fa l’astrofisica

Amore per le galassie
In Inghilterra
fa l’astrofisica

La sua passione, per le stelle e i pianeti, è nata quando aveva poco più di 8 anni, fin dal giorno in cui alla scuola elementare ha fatto la conoscenza del sistema solare. Oggi, trentacinque anni dopo, Alessia Gualandris, dalminese classe 1976, è a capo del gruppo di Astrofisica dell’Università del Surrey, a Guilford in Inghilterra. In mezzo la voglia di fare ricerca a livello internazionale: partendo da una laurea in fisica a Milano nel 2002, passando da un dottorato «che sembrava fatto per me» ad Amsterdam sulla simulazioni di ammassi globulari (un enorme numero di stelle, centinaia di migliaia, in uno spazio circoscritto legate dalla gravità ndr), la ricerca negli States, tra supercomputer per testare nuovi modelli di evoluzione di stelle in ambienti ad alta intensità, e al Max Planck Institute per Astrofisica a Monaco di Baviera, immersa nella scoperta di modelli dinamici per sistema binari di buchi neri super massivi.

Fino all’approdo nel Regno Unito, prima a Leicester e poi all’università del Surrey dove si trova dal 2013. Docente di relatività generale e metodi numerici per l’astrofisica, direttrice del gruppo di ricerca di astrofisica dell’università, Alessia, è anche mamma di due splendide bambine.

Perchè proprio l’astrofisica?

«L’astrofisica è sempre stata la mia passione fin da bambina, ricordo ancora il cartellone con stelle e pianeti che ho fatto a scuola in quei giorni. Durante gli studi superiori mi sono appassionata di tante cose, dalla biologia alla letteratura inglese, ma l’astrofisica era sempre al primo posto. E quando all’università ho avuto la possibilità di studiarla non mi sono fatta sfuggire l’occasione. È stato molto difficile all’inizio decidere di lasciare l’Italia, la famiglia e gli amici, e di iniziare una nuova avventura in una nuova città. Ma era il mio sogno e ho deciso di rischiare. E questa scelta, partita con la domanda per un posto di dottorato all’università di Amsterdam, ha cambiato la mia vita per sempre».

Diverse esperienze tra dottorato e posti da ricercatore in giro del mondo. Poi Guilford. Come ci è arrivata?

«Nel 2013 il dipartimento di fisica all’Università del Surrey a Guildford ha deciso di creare un gruppo di astrofisica e io sono stata selezionata insieme ad altri 3 colleghi per dare vita a questo gruppo. Oggi siamo 7 ricercatori permanenti (2 professori e 5 «lecturers»), diversi studenti di dottorato e due ricercatori. È stata un’esperienza unica, vedere un gruppo crescere da 4 a quasi 20 persone, ma anche molto faticoso. Combinare un lavoro molto esigente, dove bisogna fare ricerca a livelli internazionali, preparare e insegnare corsi all’università, contribuire all’amministrazione del dipartimento e del gruppo, con le fatiche e le gioie di una madre di due bambine non è stato facile. Ma è quello che ho sempre voluto».

Lei studia le galassie e l’universo. Di cosa si occupa esattamente?

«La mia ricerca riguarda studi dinamici di galassie e nuclei di galassie con buchi neri supermassivi al centro, in particolare la formazione di binarie di buchi neri durante collisioni fra galassie, che possono portare all’emissione di onde gravitazionali».

Sembra complicato.

«Le onde gravitazionali sono una predizione della teoria della relatività generale di Einstein, per un secolo rimasta senza riscontro. Nel 2015 Ligo, uno strumento unico capace di misurare piccolissime variazioni di lunghezza nei bracci dell’interferometro stesso dovute al passaggio di onde gravitazionali, le ha rilevate. Questa scoperta è fondamentale, dimostra senza dubbio l’esistenza dei buchi neri e la coalescenza (lo scontro) di binarie di buchi neri, con cui possiamo studiare come si formano ed evolvono le galassie come la nostra. Mentre Ligo ha rivelato segnali da buchi neri di piccola massa, la mia ricerca (teorica e computazionale) si concentra su buchi neri supermassivi (buchi neri con una massa di milioni o miliardi di volte superiore a quella del Sole ndr), che si trovano al centro delle galassie».

Niente telescopi, niente nottate passate ad osservare stelle, galassie e pianeti?

«Io faccio studi teorici, che al giorno d’oggi significa simulazioni molto avanzate, e quindi scrittura di programmi sofisticati, lunghi tempi di attesa (quelli ci sono sempre) mentre le simulazioni girano su vari supercomputer, e poi tanta fatica ad analizzare i risultati delle simulazioni per cercare di capire cosa ci dicono sulla natura dell’Universo».

Ricercatrice, mamma di due splendide bambine, esperienze internazionali di valore alle spalle. Non pensa mai di tornare in Italia?

«Ho lasciato l’Italia per il dottorato e non sono mai tornata, se non per motivi personali: la mia famiglia vive tutt’ora in bergamasca. La ricerca in Italia è di altissima qualità ma molto limitata dovuto alla mancanza di fondi. Anche le Università sono ottime e i laureati italiani vengono selezionati molto spesso per dottorati all’estero. Purtroppo però ottenere un posto fisso è molto difficile, e il rischio di restare a mani vuote è concreto. Per me non si è mai presentata un’opportunità concreta di tornare in Italia, ma non l’ho mai nemmeno cercata in modo particolare. Tutti i miei spostamenti sono stati dettati dalla ricerca. Mi manca la famiglia e la cultura italiana, certo. Cerco di vedere il lato positivo: ho il lavoro che volevo, una famiglia, un circolo internazionale di amici e tante esperienze arricchenti».

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