Bergamo-Cile con casa in Svezia

Bergamo-Cile
con casa in Svezia

È partito per la Svezia dopo gli studi per uno stage post-laurea e non è più rientrato in Italia. Paolo Corna da 9 anni vive a Stoccolma ed è il responsabile delle vendite digitali nonchè process owner della «customer journey map» per un’azienda storica svedese che opera nel campo delle costruzioni e nell’immobiliare. Questo lo rende il responsabile delle strategie digitali per quanto riguarda l’interazione dell’utente con l’azienda stessa e i prodotti, ma per sua stessa ammissione al momento la sua «attività principale si chiama Emma Frida e ha quasi due anni e mezzo».

Paolo, nato a Romano di Lombardia, viveva a Bariano, quando nel 2003 ha lasciato Bergamo per frequentare l’Università a Parma, in seguito alla quale ha vinto un concorso per compiere uno stage post-laurea a Stoccolma, all’Istituto italiano per il Commercio estero, nel Dipartimento Marketing dell’Ambasciata d’Italia. Una volta terminato lo stage, è stato assunto e vi è rimasto per due anni. La scelta non è stata facile, anzi, potrebbe essere vista come il frutto della necessità, dal momento che al termine dell’Università, Paolo sapeva di non essere in grado di affrontare un Master a causa delle limitate possibilità economiche, e temeva perciò per il suo futuro lavorativo. Ma a dimostrazione che talvolta quando si chiude una porta si apre un portone, la vittoria del concorso universitario l’ha portato a stabilirsi nella capitale svedese, a intraprendere una carriera nell’ambito del marketing online e a formare una famiglia, con una moglie e una figlia. Ora sono passati nove anni da quella «scelta obbligata» e Paolo riconosce di sentirsi a suo agio, nonostante le grandi differenze tra il nostro Paese e la Svezia.

«Al di là delle differenze climatiche, c’è un’enorme differenza per quanto riguarda l’approccio alla vita. Lavorativamente parlando tutto funziona meglio e il mercato del lavoro è molto veloce, mentre i ritmi di lavoro sono più blandi. Da contratto, lavoro 7 ore e mezza al giorno. Si spende molto tempo in famiglia e i bambini sono al centro della società svedese».

Welfare molto forte

La Svezia è uno degli Stati in cui il welfare è molto forte, e Paolo può usufruire dei servizi garantiti alla popolazione; infatti, ad esempio, lui e la moglie hanno da dividersi 390 giorni di congedo di maternità e/o paternità pagati all’80% dello stipendio da utilizzare nell’arco dei primi 8 anni di vita del bambino. Si può lavorare da casa se i bambini sono malati e il nido costa solo 100 euro al mese. Anche la vita di ogni giorno è semplificata; ad esempio, basti pensare che la temuta dichiarazione dei redditi si fa velocemente via sms o con una app dal cellulare.

Tuttavia, Paolo ammette che lo shock culturale c’è stato e c’è ancora, adattarsi dal punto di vista culturale – specialmente in ambito lavorativo – non è stato facile. Quello che più gli manca, oltre al clima, è la socialità, il confronto più vivo tipico dei Paesi Mediterranei, mentre «gli svedesi sono più miti, se possono evitano», specie in ambito politico, «mi sembra spesso che si parli di cose superflue», cosa che invece in Italia non avviene. In particolare, sottolinea che «Bergamo ha un posto particolare nel mio cuore. Nonostante vivessi a Bariano, la città mi ha sempre attirato, specie Città Alta. Costringevo i miei amici a passare i sabati sera tra i locali delle mura vecchie».

Nonostante ciò, grazie allo stile di vita e all’organizzazione sociale e lavorativa svedese, Paolo riesce a coltivare le sue tante passioni, tra cui collezionare vini, principalmente francesi («ma anche degli ottimi italiani»), fare cross fit e body pump tra le tre e le quattro volte a settimana e scrivere poesie, attività che svolge da quando aveva 14 anni («mi vergogno a dirlo»); cerca di leggere molto, in onore anche al fatto che suo padre lavorava alle Arti Grafiche di Bergamo, e quindi in famiglia avevano sempre libri a casa. I viaggi sono un’altra delle sue passioni; ad esempio il Natale dell’anno scorso lo ha passato girando con la famiglia in lungo e in largo il Paese natio della moglie, il Cile, fino ad arrivare addirittura in Perù a Machu Picchu. Infine, «ultimo ma non meno importate…sono stato a Liverpool a vedere l’Atalanta!».

Per Paolo è importante trasmettere la cultura e la lingua italiana a sua figlia, che ritiene essere «figlia del mondo che non conosce confini. È infatti figlia di due immigrati, in quanto mia moglie scappò con la famiglia dalla dittatura di Pinochet (il nonno era un politico cileno) e io sono emigrato dall’Italia. Emma Frida è cittadina svedese di madre cilena e padre italiano. Tutti noi abbiamo il doppio passaporto. Cerchiamo di insegnarle che sulla Terra non ci sono confini senza dimenticare le nostre radici: Bariano (Bg) e Chuquicamata (Antofagasta - Cile)». Infatti, appena può passa del tempo con lei a Bariano, in modo che possa stare anche con la famiglia in Italia, e insieme alla moglie le insegnano sia l’italiano sia lo spagnolo – in quanto lo svedese lo impara anche all’asilo; senza dimenticare la bisnonna Emma che ha 94 anni e che le parla in bergamasco.

Per quanto riguarda i suoi progetti futuri, Paolo riconosce che il suo profilo lavorativo è al momento molto ricercato, poiché nel corso degli anni è riuscito a crearsi una figura professionale completa - ad esempio è fluente in tre lingue e comunica discretamente in altre due -. Nel caso ricevesse qualche offerta interessante dall’Italia si dichiara «pronto a considerare il ritorno».

Ai giovani e a chi cerca possibilità all’estero consiglia di avere un piano. «Il futuro e la vita in sè premiano coloro che hanno un piano. Andare all’estero tanto per abbandonare il proprio Paese non aiuta a star meglio. Bisogna fare sacrifici, imparare la lingua, crearsi un network e integrarsi. Per trasferirsi bisogna conoscere almeno l’inglese. Io non me ne sono andato perché volevo andarmene: è stato un caso ma di quel “caso” ne ho fatto un progetto futuro. Bisogna sempre avere ambizioni e un piano B (e addirittura C ). Se il piano A non va in porto bisogna essere pronti a cambiare in corsa». La sua filosofia e il suo esempio di cittadino del mondo si riscontrano anche nell’invito a ricordare che «i confini geografici non devono essere un limite: in fin dei conti Stoccolma - Orio al Serio sono 2 ore e 20 di aereo. Oggi tutto è a portata di mano: basta volerlo».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it.

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