«Ciclismo e caffè: in Australia la mia cronoscalata verso il futuro»
Mattia Mauri

«Ciclismo e caffè: in Australia
la mia cronoscalata verso il futuro»

«Qui a Sidney non dico mai che torno a casa, dico che torno al mio appartamento. Quando dico casa, dico Bergamo. Ma per prenderne coscienza sono dovuto andare dall’altra parte del mondo». A raccontarlo è Mattia Mauri, 33 anni, originario di Pontida, che da febbraio 2018 vive e lavora a Sidney.

«La prima volta che ho vissuto a Sidney è stato nel 2011, per sei mesi, per uno stage. Poi ci sono tornato quando ho finito la laurea specialistica in Management and International Business, conseguita all’Università di Bergamo, nel 2013, prima di ritornare a vivere a Bergamo a ottobre 2014 per motivi di visto. Da febbraio 2015 a febbraio 2018 ho lavorato poi come export manager per Bianchi a Treviglio. Ero felice perché il ciclismo è la mia più grande passione (corro in bici e sono cresciuto col mito di Pantani) ed ero riuscito a farne un lavoro: ero export manager e gestivo le vendite in paesi dell’est Europa e le avviavo in quelli in via di sviluppo. Però, mi era rimasta la voglia di fare qualcosa di mio, di ritentare il sogno australiano e a febbraio 2018 ho deciso di tornare a Sydney accettando il mio precedente lavoro di vendita di vino italiano e australiano in Asia».

Mattia Mauri con Mads Pedersen (a destra)

Mattia Mauri con Mads Pedersen (a destra)

Mattia era partito con tante idee e tanti progetti, ma non tutto è andato secondo i piani. «In questi due anni le cose non sono andate come dovevano, ho lasciato l’azienda di vino, sono rientrato nel ciclismo, ma anche lì non è andata bene. A settembre, però, ho iniziato a lavorare come Operations Manager per Segafredo Australia e mi diverto tantissimo». Un’altalena lavorativa e di emozioni, a cui Mattia ha saputo reagire, con forza e determinazione. «Ero partito con grandi aspettative. Qui poi mi sono scontrato con molti intoppi e sono arrivato a essere lasciato a casa nel ciclismo, il mio settore, la mia passione. Dopo quell’episodio mi sono sentito vuoto, perso, senza più progetti. Ed ero qui da solo. Ma non ho mollato e mi sono rimboccato le maniche e ora ricopro un ruolo con responsabilità e incarichi che in Italia forse avrei a 40-45 anni, non a 33. Certo non è stato facile. Però ho reagito. Ho inviato il mio curriculum a Segafredo Australia e dopo un colloquio con quello che è il mio attuale capo, dove abbiamo parlato di lavoro, di caffè ma anche di ciclismo (Segafredo sponsorizza uno dei team ciclistici più importanti che include Nibali e l’attuale campione del mondo Pedersen, con il quale ho potuto allenarmi lo scorso gennaio), mi è stato offerto un lavoro. Un lavoro che però avrei potuto iniziare solo dopo qualche mese, perché in quel momento, a maggio 2019, l’azienda doveva operare dei cambiamenti al suo interno e avrei dovuto aspettare. Così, mentre aspettavo, ho lavorato in un negozio che vende biciclette qui a Sidney e poi finalmente a settembre 2019 ho iniziato il mio lavoro a Segafredo. Sono al centro di tutta l’operatività: analizzo stock e acquisti, le vendite, coordino tutte le attività presso le nostre 5 sedi in Australia e 1 in Nuova Zelanda, mi occupo della campagna marketing e dell’organizzazione degli eventi. Riporto il mio lavoro direttamente al Ceo dell’azienda, non ho capi sopra di me».

Oggi, quindi, Mattia è riuscito a realizzare almeno in parte i progetti australiani. «La mia più grande sconfitta, il licenziamento nel mondo del ciclismo, sta diventando un mio grande punto di forza, perché le cose che avevo imparato durante quell’esperienza lavorativa ora li sfrutto per Segrafedo. Agassi nel suo libro “Open” dice che la cosa da cui impari di più ed è la più dolorosa è una sconfitta. Può essere sportiva, lavorativa o amorosa, ma non è propedeutica se tu non ci soffri. E io ci credo molto a questo. Più soffri, più ti senti vuoto dentro, più poi quando ti rialzi sarà la tua più grande vittoria. Vincere non ti insegna niente. Quindi anche io ho avuto bisogno di una grande sconfitta e senza la mia sconfitta non avrei fatto quel colloquio da Segafredo in quel determinato modo. E magari non sarei qui ora».

Mattia, che vive a Bondi Beach, la spiaggia più famosa d’Australia, ha anche capito che Bergamo è la sua unica casa. «Le difficoltà mi hanno fatto riavvicinare tantissimo alla mia famiglia, a mio padre soprattutto. Mi hanno dato tanto supporto. Così come anche mia sorella e il mio miglior amico Roberto MisterLegno. Mi mancano tutti, compreso il mio amatissimo cane Stinco. Quello che vorrei dire a chi è giovane, appena laureato e ha voglia di spaccare il mondo, esattamente come ero io qualche anno fa, è che l’ambizione serve e anche la voglia di fare e di imparare. Ma è importante anche fermarsi e godersi quello che si ha. Noi bergamaschi siamo sempre portati a non essere mai contenti, a pretendere sempre di più da noi stessi. Ed è una cosa buona, ma ho imparato che è giusto anche gioire di ciò che si ha. Quindi siate ambiziosi, metteteci passione, ma siate contenti di ciò che avete, perché è sempre tantissimo anche se non ve ne rendete conto. Io ad esempio quando abitavo a Bergamo non riuscivo a godermela. Ora invece l’Italia mi manca. Me ne sono reso conto solo andando dall’altra parte del mondo e solo in quest’ultima esperienza, dove non ho più 20 anni. Mi sono reso conto di quanto io ami Bergamo, di quanto sono fiero di essere bergamasco, della mia cultura. Perché sono ciò che sono grazie alla mia città e alla mia cultura. Anche da lontano, poi, continuo a leggere l’Eco di Bergamo ogni giorno e a tifare Atalanta. Quanto mi manca andare allo stadio in Curva Pisani. Oggi posso dire di essere consapevole di essere molto legato alla mia terra. Qui ho anche capito che noi italiani abbiamo un estro, una creatività e una cultura impareggiabili. E che se dovessimo unirla alla tecnologia che invece hanno di più all’estero, torneremmo a essere i primi della classe».

E per il futuro? «Non lo so cosa succederà. In Segafredo mi trovo bene e mi diverto anche, che sul lavoro è importante. A ottobre mi scade il permesso e vedremo. Anche col coronavirus non so cosa succederà. Potrei anche essere felicissimo di tornare nella città che mi appartiene, Bergamo».

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