Domenica 31 Agosto 2014

Da Bergamo a San Paolo del Brasile

per conquistare la pole di Pirelli

Marco Cortinovis con la famiglia

Vive da quasi tre anni in una megalopoli - San Paolo del Brasile - la terza area metropolitana più popolata al mondo con 20 milioni di abitanti. La città in cui è cresciuto - Bergamo - da quell’angolo di globo a Sud del Tropico del Capricorno sembra poco più che un quartiere.

«Mio figlio però ha camminato per la prima volta a piedi scalzi sull’erba a Ranica» osserva Marco Cortinovis che da quasi tre anni è diventato un «paulistano» insieme alla moglie Elena e al piccolo Edoardo che oggi ha un anno e mezzo. «A San Paolo c’è solo il parque Ibirapuera, per il resto solo grattacieli e strade» spiega dal suo ufficio affacciato sull’Avenida Paulista durante un collegamento via Skype. Ruota il pc e la videocamera si sposta lungo le vetrate del suo studio da cui si scorge una metropoli luminosa e sterminata, con palazzi altissimi a perdita d’occhio.

Per Marco Cortinovis era quasi segnato nel destino che finisse a «Sampa», la città che ha dato i natali a due campioni di Formula Uno come Ayrton Senna ed Emerson Fittipaldi. Dopo il diploma alla ragioneria Vittorio Emanuele in città e la laurea in Economia e commercio all’Università Bocconi di Milano, Marco ha conseguito un Master in Relazioni internazionali e ha trovato lavoro alla Pirelli, l’azienda tra le prime cinque al mondo nella produzione di pneumatici, con prestazioni da Formula Uno.

Da Ranica a San Paolo del Brasile, com’è iniziata quest’avventura?

«Il primo salto è stato da Bergamo a Milano per gli studi universitari e poi la grande opportunità professionale di lavorare per la Pirelli che ha la casa madre a Milano. Sono entrato a far parte dello staff che si occupa di Comunicazione istituzionale e finanziaria del gruppo a Milano e poi è arrivata la proposta di coordinare l’area Comunicazione del Sudamerica».

E hai subito accettato?

«Avevo già fatto durante l’università un’esperienza all’estero a Ginevra, nella sede degli organismi internazionali, e tutto il mio percorso di studi era aperto al mondo. Diciamo che si è presentata l’occasione giusta per fare questo salto oltreoceano. E soprattutto mia moglie ha condiviso con me questa scelta».

Di che cosa ti occupi a San Paolo?

«Per Pirelli il mercato sudamericano è uno dei più importanti e quello brasiliano in particolare: rappresenta quasi un terzo del fatturato mondiale dell’azienda. Il mio lavoro qui è improntato alla comunicazione, non tanto sul piano finanziario, quanto sulla promozione del marchio in vari Paesi. In tre anni sono riuscito a costruire una rete di relazioni con i giornalisti sudamericani esperti di motori e di finanza,ma anche di magazine come Vogue. Le iniziative che comunichiamo vanno da attività di promozione culturale, come il restauro del Cristo Redentor del Corcovado di Rio de Janeiro, al noto Calendario Pirelli fino alle aperture di nuove sedi del gruppo e alle iniziative di carattere sociale, oltre che alla Formula 1. Questo mi porta anche a viaggiare molto in Sudamerica».

Come si vive in una megalopoli?

«Abbiamo preso casa nello stesso quartiere in cui lavoro: questo ci permette di spostarci a piedi.Le distanze e i trasporti sono un problema e ci si muove su tutt’altre dimensioni rispetto a Bergamo e persino Milano. Per me prendere l’aereo è ormai come prendere il taxi in Italia».

Quali sono i pro e contro della vita a San Paolo?

«Un aspetto positivo è che i servizi pubblici sono molto efficienti e veloci: per rinnovare un documento basta prendere appuntamento online e in un quarto d’ora hai fatto tutto.È una metropoli molto attenta poi ai disabili, agli anziani, alle donne in stato di gravidanza o con bimbi piccoli, che hanno accessibilità e corsie preferenziali ovunque. D’altro canto però un problema grossissimo è la sicurezza: il tasso di violenza è elevatissimo. Noi non usciamo quasi mai la sera e fuori da alcuni quartieri».

Come ti sembra Bergamo vista da quella latitudine?

«Noi italiani ci lamentiamo sempre ma credo che ci siano pochi posti al mondo in cui la qualità della vita sia elevata come nel nostro Paese: le città sono ancora a misura d’uomo, con scuole e ospedali moderni e accessibili a tutti, un buon rapporto con l’ambiente, ottimo cibo…».

Sarà per questo che poi è difficile migrare…

«Sì è vero. Sono rientrato quest’estate a Bergamo per le vacanze e rivedere le montagne, Castione, Bratto, ma anche Città Alta, mi fa capire quanto bella è la nostra terra. Però consiglierei a tutti, soprattutto ai giovani, di fare un’esperienza all’estero. Viviamo in un contesto globalizzato: ci si può ancorare a un luogo ma guardandosi un po’ intorno però».

E abbandonare un po’ della chiusura dei bergamaschi?

«Ma se sono più aperti dei paulistani! I brasiliani sono molto espansivi ma anche poco affidabili nelle amicizie, mentre i bergamaschi sembrano più ostili ma sono ospitali e generosi».

Il Brasile ormai è considerato uno dei Paesi emergenti a livello economico, che spazio pensi si possa aprire per le imprese italiane?

«In Brasile c’è pieno impiego, un’inflazione al 6,5% sui beni e al 10% sui servizi, e i tassi d’interesse all’11%, per cui non è proprio tutto rosa e fiori. Sono entrato a far parte del Consiglio della Camera di Commercio italo brasiliana proprio per capire meglio quali possibilità di scambio ci sono. Il Made in Italy, soprattutto nei settori moda, alimentare e costruzioni, è molto apprezzato ma le importazioni di prodotti italiani sono penalizzate da dazi doganali molto alti e aprire un’impresa qui richiede una serie di standard difficili da ottenere».

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Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della Comunità Bergamasca. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected]

Elena Catalfamo

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