Da Dalmine al Fmi Il sogno di Matteo è realtà

Da Dalmine al Fmi
Il sogno di Matteo è realtà

È forse il sogno di tutti gli appassionati di economia, e Matteo Ghilardi, classe 1981 di Dalmine, ce l’ha fatta a diventare un economista del Fondo monetario internazionale: senza che fosse, in realtà, il suo obiettivo professionale prefissato, lavora da tre anni a Washington, sede dell’Fmi, e si occupa dei Paesi del Medio Oriente e dell’Asia centrale tra cui, in particolare, del Kazakistan.

Il Fondo monetario internazionale è un’organizzazione composta dai governi nazionali di 189 Paesi e insieme al gruppo della Banca mondiale fa parte delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dal nome della località in cui si tenne la conferenza che ne sancì la creazione. L’Fmi è stato formalmente istituito il 27 dicembre 1945, quando i primi 29 Stati firmarono l’accordo istitutivo e l’organizzazione nacque nel maggio del 1946.

I primi passi in banca

Matteo ha vissuto fino a 27 anni a Dalmine, nel quartiere di Sforzatica Santa Maria, dove in molti lo ricordano tra l’altro nel gruppo dei giovani dell’oratorio, magari con in mano la sua chitarra, una delle sue grandi passioni. Ha frequentato il corso di laurea triennale in Scienze bancarie all’Università di Milano-Bicocca e poi ha scelto di andare a lavorare: «Dopo una breve esperienza in banca – spiega – ho capito però che questo mondo non faceva per me. Per questo mi sono licenziato e mi sono iscritto a un Master in Finanza a Brescia. Ho avuto quindi la possibilità di andare all’estero per un dottorato, ho colto l’occasione e sono partito (finanziato con una borsa di studio dell’Università) per il Regno Unito: ho studiato nel 2008 all’Università di Glasgow, l’anno successivo all’Università del Surrey».

La svolta nel Regno Unito

È proprio qui che avviene la vera svolta. «L’Università del Surrey – racconta Matteo – mi ha cambiato la vita. Da subito è cominciata una collaborazione davvero proficua con un professore che mi faceva da supervisor durante il dottorato, e con lui ho avuto la possibilità di sviluppare un’interessante attività di ricerca che mi ha dato davvero tanto e mi ha fatto amare la disciplina dell’analisi macro economica. Durante i miei studi di dottorato ho avuto anche esperienze di ricerca alla Banca centrale europea e al Fondo monetario internazionale. Qui sono approdato, all’inizio dell’estate del 2013, come economista».

La Bce e poi l’Fmi

«Il Fondo monetario – spiega Matteo – svolge diverse attività, e tra queste ci sono la ricerca e le analisi riguardanti tutti i Paesi che fanno parte dell’organismo. A ogni Paese è affidato un team di persone che segue tutto ciò che accade al suo interno, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario». L’ufficio in cui lavora Matteo, all’interno del Dipartimento «Central Asia – Middle East», studia il Kazakistan, e Matteo in particolare si occupa di materie fiscali. «Dobbiamo costantemente documentarci su tutto ciò che sta accadendo nel Paese che ci è affidato – racconta –, compiere ricerche, analisi economico-finanziarie, simulazioni, proiezioni, e monitorarne lo stato di salute. Due volte all’anno, inoltre, andiamo in missione in Kazakistan per seguire da vicino la situazione politica, economica e finanziaria e per incontrare i rappresentanti del governo, della banca centrale e del settore privato».

L’incontro con Christine Lagarde

Proprio una di queste missioni si è svolta nelle scorse settimane. Matteo se la ricorderà per un bel po’, perché non è stata come tutte le altre: il viaggio di lavoro del suo team è combaciato infatti con una visita ufficiale di Christine Lagarde, «Managing Director» del Fondo monetario internazionale. Per Matteo, che fino a quel momento l’aveva incrociata qualche volta solo negli ascensori del palazzo di Washington in cui lavora, la sua presenza ha reso la missione una grande opportunità di crescita professionale: «Si è trattato di una missione davvero interessante – commenta –. Per la Lagarde è stata la prima visita nella regione, e grazie alla sua presenza siamo persino riusciti a organizzare un incontro con i ministri delle Finanze di diversi Paesi dell’Asia centrale. Dal punto di vista personale e lavorativo – osserva – ritengo questa esperienza come una delle più interessanti e formative che ho vissuto fino a ora».

«Mi sento fortunato»

«Mi piace molto quello che faccio qui a Washington – continua Matteo –, la mia è una posizione privilegiata e mi sento fortunato. Il mio lavoro mi ha portato in numerosi Paesi, tra cui Ciad, Congo e Singapore. Il mio dipartimento studia un’area che va dal Marocco al Kazakistan: la cosa più interessante di questo lavoro è vedere la differenza tra le culture del mondo. In particolare, per restare a ciò di cui occupo più da vicino, il Kazakistan è un Paese che ha vissuto una significativa crescita economica ed è ancora in grande fermento: la capitale Astana assomiglia (con le debite proporzioni) a Las Vegas o a Dubai, e ospiterà la prossima Esposizione universale».

Ma la soddisfazione di Matteo non è solo questione di lavoro: Matteo ama lo stile di vita che ha assunto negli ultimi anni, e parlando dei suoi progetti futuri, spiega: «La mia ragazza, Georgia, che ho conosciuto nel Regno Unito, insegna Psicologia in un’università di Cipro ma a breve si trasferirà a Washington. Diciamo che una vita con lei è uno dei miei progetti futuri. Si vive bene qui, Washington è una città piccola per gli standard americani, quasi “europea”, e per il momento vorrei rimanerci: per 8-10 ore al giorno faccio un lavoro che mi piace tantissimo, poi esco con gli amici, faccio sport, suono (la passione per la chitarra è rimasta, ndr). Visti i risultati, non farei niente di diverso tornando indietro».

La città natale e Tom Waits

«Sono partito – conclude – anche perché a Dalmine mi stava tutto un po’ stretto. Purtroppo torno poco in Italia e per il momento non credo di rientrare: ci sono ancora tante esperienze da fare, tanti posti da visitare e molte cose da scoprire, anche in ambito lavorativo. Però quando torno a visitare Città Alta capisco quanto sia bella. Perché, come diceva Tom Waits, ci si accorge di quanto sia bella la propria città natale solo quando si sta lontano per tanto tempo».

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