Da Sorisole al Marocco Stop al fondamentalismo

Da Sorisole al Marocco
Stop al fondamentalismo

Ha 25 anni, è perfettamente trilingue, conosce già mezzo mondo e come sociologa- antropologa ha lasciato la casa di famiglia a Sorisole per andare a lavorare in Marocco, arruolata nel Servizio civile attraverso una organizzazione non governativa di Bologna, con la quale mette in campo progetti per l’inserimento nella società marocchina di immigrati subsahariani e per prevenire attraverso l’arte, la cultura e la microimpresa, qualunque forma di fondamentalismo.

Sanda Vantoni è una «nomade» nel Dna : figlia di Luciano, bergamasco doc , una vita in Africa e in altre zone del mondo a lavorare come tecnico Alcatel, e di Karine Arnou, belga nata in Congo, insegnante di lingue, artista, fotografa.

I genitori di Sanda si sono conosciuti proprio in Congo e in Africa la piccola ha trascorso quella che lei ricorda come un’infanzia «magica», per poi approdare nella Bergamasca dove ha vissuto, con i genitori, i suoi primi anni da ragazza. «Sono nata in Belgio, ma fino a due anni sono cresciuta in Romania dove i miei genitori si erano trasferiti per un incarico di lavoro di mio padre. Poi siamo tornati in Africa, in Sudan: io sono cresciuta a Kartoum e molte cose di quegli anni le porto con me, nel mio cuore. A Kartoum ho frequentato le scuole inglesi». E così già in tenerissima età Sanda era trilingue; parlava il francese della mamma, l’italiano del papà e l’inglese che studiava a scuola. «Ma c’era comunque anche la Bergamasca nel mio mondo: quando tornavamo adoravo arrivare in un posto dove c’erano il gelato, tanti fiori, le montagne, il verde – racconta Sanda – . È stato molto diverso, però, quando i miei genitori hanno scelto di trasferirsi definitivamente nella terra d ’origine di mio padre: papà aveva l’occasione di andare in pensione e avevano pensato che fosse importante anche una mia formazione di studio qui, in Italia, visto che stavo crescendo. Io continuavo a chiedere: “Ma queste vacanze quando finiscono, quando torniamo a casa?” pensando all’Africa. E non è stato affatto facile».

A Sorisole, dove i suoi genitori avevano scelto di fissare le radici della famiglia, Sanda ha frequentato le scuole medie - « all’inizio è stato un periodo complicato: in un primo momento sono stata tenuta da parte, tra i compagni avevo legato solo con due ragazzi marocchini, ricordo che alcuni, quando giocavo a pallavolo, facevano cadere a terra i miei palleggi, “per non contaminarsi con lo sporco d’Africa”, così dicevano» - e poi a Bergamo alle scuole superiori ha studiato al liceo scientifico Lussana. Ma il destino di questa giovane sociologa non poteva restare chiuso in confini ristretti: nella scelta dell’Università Sanda opta per l’estero. «Per il Belgio: inizialmente, vista la mia già avanzata conoscenza delle lingue, si era pensato a una scuola di interpretariato e quella di Bruxelles è tra le più quotate. Poi mi sono resa conto che stavo facendo mie delle attitudini di mia madre: mi piace poter comunicare in tanti idiomi, ma quello che volevo raggiungere era qualcosa di diverso.Alla fine ho scelto sociologia per caso, anche se ora so che ho seguito una predisposizione naturale». Sanda ha studiato per la laurea triennale a Bruxelles, con un anno, grazie alle opportunità Erasmus, trascorso in Canada , poi altri due anni per la specialistica, attraverso Erasmus mundus con 6 mesi trascorsi a rotazione in diverse università (Amsterdam, Bilbao e Dublino). Poi la tesi, sulle migrazioni internazionali. «Studiando mi sono appassionata a discipline, come la sociologia e l’antropologia, che ti permettono di andare al di là della realtà che vedi, di capire cosa c’è dietro i fenomeni di una società, perché quello che impatta in un mondo non scalfisce invece un’altra comunità. E l’argomento scelto per la tesi è stato propedeutico a quello che sto facendo ora. La mia tesi infatti affrontava l’impatto delle migrazioni di ritorno sulle famiglie : ho incontrato decine di persone, più o meno giovani, e che per i più svariati motivi, per scelta o per costrizione, dovevano rientrare nel loro Paese d’origine, il Marocco».

E ora, in Marocco, Sanda lavora proprio a progetti sui migranti. «Ma prima di questo lavoro con il Servizio civile ho avuto un’altra esperienza – racconta – . Dopo la tesi ho inviato curriculum a enti, organizzazioni non governative, società estere. Mi ha chiamato un’impresa di progettazione a Barcellona per una ricerca di mercato sui droni». Ha accettato subito, e dopo sei mesi l’impresa le ha offerto un lavoro stabile: «Ma avevo capito che quel lavoro non mi interessava. Però mi sembrava quasi indecente rifiutare un lavoro fisso, e non volevo pesare sui miei genitori. Eppure sono stati proprio loro a sostenermi. E così sono tornata a Sorisole». Sanda si è presa qualche tempo per viaggiare, è andata in Nepal a trovare un’amica e a fare volontariato, e poi è arrivato il bando per il Servizio civile.

« Per un anno ora lavorerò con una ong di Bologna, che si chiama Cefa, e sto in Marocco. Faccio il lavoro che mi piace, studio le società, gli uomini e nello stesso tempo stendo progetti per accedere ad altri bandi. Ed è bello sapere che tutto quello che hai appreso diventa un lavoro che può fare del bene alle persone. In Marocco lavoro sia nella sede della Cefa, a Rabat, sia a Ouijda, in un villaggio al confine con l’Algeria. Qui, insieme ad associazioni marocchine, facciamo attività per l’integrazione degli immigrati in Marocco che arrivano dall’area subsaharaiana, e per sostenere la popolazione in situazione di disagio, per prevenire fondamentalismi e radicalismi di ogni genere. La religione non c’entra, è una questione economica: per questo è importante che la gente in difficoltà venga indirizzata a sviluppare le proprie capacità anche attraverso piccole cooperative e start up. Ed è importante diffondere cultura e consapevolezza: a Ouijda, con il gruppo teatrale Cantieri Meticci di Bologna, le persone sono coinvolte attraverso il teatro; l’uso di lingue diverse, il ballo, i racconti di storie contribuiscono a far incontrare realtà e superare le differenze, senza eliminarle». E dopo il Marocco? «Il bello di questo lavoro è che non mi lega necessariamente a un posto, ma mi permette di studiare altri mondi. Ma con la terra dove sono cresciuta conservo un legame ancestrale: quando sono rientrata in Bergamasca per votare, appena arrivata davanti al cancello di casa a Sorisole sono stata travolta da un profumo: quello della terra bergamasca, quello di casa . E quando sono lontana, comunque, non sono mai colta dalla nostalgia: non riesco ad avere nostalgia di un luogo dove so che posso tornare».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it.

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