«Al Mit di Boston progetto  robot con due braccia»
Federico Parietti

«Al Mit di Boston progetto
robot con due braccia»

«I robot mi sono sempre piaciuti, da bambino giocavo tantissimo con i Lego e il Meccano» racconta il giovane ingegnere meccanico di Villa D’Almè Federico Parietti, mentre la stampante 3D del laboratorio sforna i pezzi da assemblare per il suo innovativo prototipo.

Il fanciullesco entusiasmo per le costruzioni e un’innata operatività da vero «smanettone», lo hanno condotto prima lungo una brillante carriera universitaria costellata di esperienze internazionali, e da fine 2011 è entrato in quel tempio sacro della tecnologia e della scienza che è il Mit di Boston (Massachusetts Institute of Technology); qui, a 30 anni, sta svolgendo un dottorato di ricerca, lavorando su un’ambiziosa intuizione: donare all’uomo due arti aggiuntivi con la costruzione di un robot indossabile che, a differenza dei più comuni «esoscheletri», è capace di muoversi in maniera indipendente.

«Tutto è iniziato da una conversazione con il professor Harry Asada: abbiamo pensato a un robot per aumentare le capacità del corpo umano che possa scegliere autonomamente il modo migliore per aiutare l’utente nelle diverse situazioni – spiega Federico –. Così è nato il Supernumerary Robotic Limbs (Arti robotici aggiuntivi): può essere considerato come una specie di “sedia attiva” che si muove in più direzioni con l’utente. È utilizzabile, ad esempio, per compensare il peso degli operai specializzati che lavorano ore e ore in posizioni elevate, oppure per rendere indipendenti le persone anziane con piccoli problemi fisici, come la difficoltà a salire le scale o sedersi».

Ripercorrendo la strada per arrivare a tale invenzione, si parte dal Politecnico di Milano: «Dopo il liceo scientifico Lussana a Bergamo, ho seguito le orme di mio padre, iscrivendomi senza esitazioni a Ingegneria meccanica: del resto, se non ti laurei al Politecnico, in famiglia non sei considerato un vero ingegnere» afferma Federico sorridendo. Durante la Specialistica ha maturato due esperienze in Svizzera e America attraverso l’Alta Scuola Politecnica, un progetto formativo in cooperazione tra l’Università del capoluogo lombardo e Torino: «Ho passato 8 mesi a Zurigo come studente di scambio: dopo due settimane avevo già un budget per costruire un robot di mia ideazione; poi per più di un anno mi sono spostato a Pittsburgh, in Pennsylvania, con l’opportunità di fare una tesi sui robot camminanti».

Federico ha potuto testare i diversi approcci tra le varie Scuole d’ingegneria: «La formazione in Europa Continentale è troppo teorica (in 4 anni ho toccato solo equazioni) e per via della sua struttura gerarchica l’accesso ai laboratori è precluso fino alla tesi finale. A Zurigo e in America c’è invece un approccio pratico incredibile, gli studenti interagiscono con i professori, lavorano in laboratorio, e già a 21 anni possono avere pubblicazioni e brevetti. Al di là dei test standard, credo che la chiave per accedere al dottorato sia l’aver perfezionato un tipo di ricerca operativa che a Boston conoscevano molto bene».

Racconta poi scherzosamente la sua prima volta nei laboratori del Mit: «Non sapendo a memoria tutti i nomi delle astronavi di Guerre Stellari, mi hanno chiesto cosa ci facessi lì. Qui c’è una cultura un po’ “nerd”, non nell’accezione di “secchione” solitario, ma intesa come un gruppo di persone ultra-appassionato di tecnologia e fantascienza». E in effetti, nel suo dipartimento di Ingegneria meccanica bisogna essere attentissimi progettisti, elettricisti e informatici, oltre che spregiudicati sognatori: «All’inizio è stato uno choc: nel laboratorio ognuno è un team a sé stante. Si fa tutto da soli, l’esperienza è completa: si va dall’idea, alla realizzazione fino al controllo del robot. È quello che ho sempre voluto». Con l’elaborato scientifico che sta ultimando, in estate Federico concluderà il dottorato e sarà tempo di pensare alla commercializzazione della sua creazione: «Bisognerà passare dal prototipo al prodotto, realizzare dei concept di design, semplificazioni per la manifattura e dare vita a una start-up. È un processo che durerà circa un anno».

Pur occupandosi di robot indossabili, gli automi che hanno alimentato maggiormente l’immaginario collettivo sono quelli umanoidi: «Si sta iniziando a farli camminare, altri corricchiano, ma al giorno d’oggi non sono così intelligenti da capire o arrabbiarsi – spiega Federico –. Esiste, invece, un problema con i droni o gli elicotteri autonomi dotati di mitragliatrice: sono tecnologicamente semplici ed eticamente molto discutibili. Al Mit nessuno lavorerebbe con compagnie che fanno cose del genere». Un altro tema largamente dibattuto anche Oltreoceano è quello dell’immigrazione: «Gli Stati Uniti hanno un bel problema: ci sono un sacco di persone qualificate che vorrebbero stare qui per lavorare, ma la legge vecchia di 40 anni pone un forte limite ai visti. Essendo presidente dell’Associazione studenti italiani al Mit (MITaly) che ne conta circa un’ottantina, l’anno scorso ho avuto l’occasione di volare a Washington insieme ad altri giovani startuppers per sensibilizzare sulla materia vari membri del Congresso: molti stranieri contribuiscono ogni giorno al progresso del Paese e il sistema andrebbe riformato».

Si tocca poi la vita di ogni giorno: «Vivo in un appartamento con tre ragazzi americani a Cambridge, una città studentesca vivibile nel cuore di Boston, che considero più in generale adatta alle famiglie: è tranquilla, a tratti inquadrata e alla lunga un po’ noiosa. Sono rimasti alcuni residui della cultura puritana delle origini: penso ad esempio alla maggior parte dei locali che chiude a mezzanotte. Le discoteche? Se sei fortunato l’ora del “tutti a casa” scatta alle 2». Cosa gli manca di più dell’Italia? «Sicuramente le conversazioni trasversali con gli amici: qui le persone si specializzano così presto che è difficile parlare delle cose che non riguardano il loro campo. Penso ad esempio alla politica internazionale o all’arte. Si finisce quasi sempre in discorsi per così dire settoriali. Cerco quindi di tenermi aggiornato su quello che succede nel mondo e appena posso mi fiondo nella vicina New York, epicentro pulsante di cultura e divertimento».

Un’ultima battuta è sul futuro: «Preferirei tornare in Italia il prima possibile, ma trovare gli stratosferici finanziamenti per start-up di Boston o San Francisco è impossibile. Non è un problema solo “nostro”, vale per tutto il mondo. L’ideale sarebbe espandersi in Europa, fondare una sede a Milano e collaborare con le aziende manifatturiere bergamasche che producono parti speciali per i miei robot. Ne ho già adocchiate diverse».

Leggi di più su L’Eco di Bergamo in edicola il 1 maggio 2016

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