«Dal Sant’Alessandro ad Harvard Il mio sogno: sconfiggere il diabete»

«Dal Sant’Alessandro ad Harvard
Il mio sogno: sconfiggere il diabete»

Paolo Fiorina, 47 anni, vive da dieci negli Stati Uniti con moglie e tre figli. È medico e ricercatore alla prestigiosa Harvard medical school di Boston. È partito per l’America grazie a una e-mail inviata a un professore del Transplantation research center del Brigham and Women’s hospital. «Gli ho scritto che volevo lavorare con lui e mi ha risposto: vieni pure».

«Ho scritto una e-mail al direttore del Transplantation research center del Brigham and Women’s hospital di Boston, il professor Mohamed Sayegh, dicendogli che volevo andare da lui a imparare le basi della immunobiologia del diabete. Mi ha risposto in ventiquattro ore e mi ha detto: “Vieni”». È così, con una semplice richiesta via e-mail, che un giovane e promettente medico bergamasco, Paolo Fiorina, dieci anni fa è partito per gli Stati Uniti dove oggi insegna alla Scuola di medicina di Harvard a Boston. Il professor Sayegh probabilmente aveva apprezzato il curriculum e l’intraprendenza di Paolo, diplomato al liceo scientifico bergamasco Sant’Alessandro e laureato a Milano in Medicina e Chirurgia nel 1993, e gli ha dato un’opportunità.

Fiorina, che oggi ha 47 anni, è sposato (con Alessandra, anestesista) e ha tre figli (Roberta, Emma e Leonardo), e si destreggia tra l’ospedale San Raffaele a Milano per la Ricerca sui trapianti, e il Boston children’s hospital dell’Harvard medical school di Boston (la più prestigiosa università mondiale).

Specializzatosi a Parma in Immunologia clinica nel 1997 ha poi ottenuto il titolo di dottore di ricerca in Fisiopatologia clinica all’Università di Milano entrando nello staff dell’Istituto San Raffaele. Poi nel 2004, dopo la seconda specializzazione in Medicina interna, quella e-mail e la possibilità di proseguire la ricerca sulla immunologia dei trapianti alla Harvard medical school. Opportunità e possibilità di fare ricerca ad alto livello che – lui stesso ammette – in Italia purtroppo non gli avrebbero dato.

Nel 2007, primo italiano, riceve il Faculty award della America society of trasplantation a San Francisco, al Moscone Convention Center, e poi di fila una carrellata di riconoscimenti: il Young investigator award, della American association of immunology, il Young investigator award, American diabetes association nel 2008, il Career development award, della Juvenile diabetes research foundation, il Career development award, American society of nephrology nel 2010 e il Grant-in-aid american heart association nel 2013 e a gennaio 2015 un premio per un programma di ricerca europeo sul trattamento del diabete.

Il riconoscimento, di 100 mila euro, arriva da Efsd (European foundation for the study on diabetes) nell’ambito dei lavori di ricerca sulle cellule staminali per un innovativo approccio terapeutico per il diabete di tipo 1 e 2: Paolo Fiorina ha vinto il premio grazie ai suoi lavori di studio e di ricerca clinica sulle cellule staminali immunoregolatorie.

Perché ha scelto Medicina dopo il liceo?

«Mi è sempre piaciuta la scienza e ho sempre voluto fare lo scienziato e scoprire nuove terapie o le cause delle malattie».

Ritiene che gli studi universitari in Italia le abbiano dato una preparazione adeguata?

«Ritengo che l’università italiana sia di ottimo livello, quello che poi manca è la formazione post universitaria».

Dove ha mosso i primi passi professionali?

«Ho conseguito prima la specializzazione a Parma e poi il dottorato a Milano quindi sono diventato dirigente medico al San Raffaele di Milano».

Quando si è presentata l’opportunità di fare ricerca all’estero?

«Ho scritto una e-mail al direttore del Transplantation research center del Brigham and Women’s hospital di Boston il professor Mohamed Sayegh, dicendogli che volevo andare da lui a imparare le basi della immunobiologia del diabete. Lui mi ha risposto in ventiquattro ore e mi ha detto: “Vieni”».

Pensa che avrebbe potuto avere la stessa opportunità in Italia?

«Non credo. Non esiste quel percorso, non esiste nemmeno la Research fellowship per i medici. Una volta specializzati i medici vengono inseriti in corsia per lo più».

Qual è esattamente l’ambito della ricerca di cui si sta occupando adesso?

«Io mi occupo da quando mi sono laureato di trovare una cura per il diabete e le sue complicanze».

Come si trova ad Harvard?

«Molto bene: è un ambiente fantastico, stimolante anche se molto competitivo».

Ci sono molti italiani?

«Moltissimi e tanti di successo. Mi preme segnalare: Pier Paolo Pandolfi al Beth Israel, Alessandro Doria al Joslin diabetes Center, Paola Arlotta al Harvard stem cell institute, Massimiliano Loda al Dana farber cancer center».

Lavora con uno staff internazionale? Come si trova?

«Io se posso prendo italiani con me, li trovo molto preparati, gran lavoratori. Nel mio staff c’è una studiosa tunisina e un chirurgo cinese, ho avuto una tedesca, una libanese e una malese. Mi sono trovato sempre bene con tutti».

Le piace la vita negli Stati Uniti? Che cosa apprezza di più?

«È difficile dire che mi piaccia la vita degli Stati Uniti, tranne forse il brunch la domenica mattina con mia moglie o i miei amici. Per il resto, pur essendo Boston molto bella e facile da girare, ha un clima molto freddo. Le cose migliori sono legate al lavoro: la meritocrazia, le pari opportunità per le donne (avendo due figlie femmine apprezzo molto questo), la dinamicità, la certezza delle regole, l’efficienza».

E che cosa apprezza di meno?

«Le cose che apprezzo meno sono: la ruvidità di certe regole e l’assenza di certi sistemi di protezione sociale».

È aperto all’idea di tornare in Italia per proseguire la professione e la ricerca?

«Non credo di essere pronto a rinunciare agli Usa del tutto. Mi fa paura l’idea di essere in Italia senza un piano B. Mi preoccupa l’idea della stagnazione italiana, della immobilità sociale e lavorativa del nostro Paese e l’assenza di dinamicità. Invece sono apertissimo a soluzioni temporanee che mi consentano di portare il mio expertise qui come sto peraltro facendo all’Ospedale San Raffaele di Milano dove ho aperto un laboratorio da poco più di un anno».

Le manca Bergamo?

«Bella domanda. Direi di no, per due motivi: primo perché Bergamo è molto bella ma a volte è un po’ chiusa su se stessa, sulle stesse amicizie, e persone. e dopo 20 anni di vita stabile a Bergamo avevo voglia di cambiare mondo. Secondo perché torno molto spesso, specie da quando ho il mio laboratorio indipendente, amo sciare e fare passeggiate in Valle Seriana, le terre di mio padre Roberto e della nostra famiglia (anche se mia madre Annamaria è di Parma). Amo rivedere i miei amici e fratelli (Luca e Marco) con cui appena posso faccio qualche partita a calcetto».

Se dovesse esprimere un sogno rispetto al futuro della sua ricerca, qual è?

«Trovare la cura definitiva per il diabete di tipo 1, naturalmente».

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