Dalle Mura a Parigi
con la sua Leica

Dalle tasche del giaccone tira fuori le sigarette e la Leica e li appoggia sul tavolo, ordina un caffè e ti travolge di idee e di sensazioni sull’Italia e sulla Francia dove vive ormai da molti anni.

Dalle Mura a Parigi con la sua Leica

Dalle tasche del giaccone tira fuori le sigarette e la Leica e li appoggia sul tavolo, ordina un caffè e ti travolge di idee e di sensazioni sull’Italia e sulla Francia dove vive ormai da molti anni.

Francesco Acerbis è nato lì tra le Mura di Città Alta, in piazza Mercato del Fieno. A Bergamo ha mosso i suoi primi passi come fotoreporter per poi studiare filosofia a Milano e fondare lì la sua prima agenzia fotografica.

Su e giù dai Balcani durante la guerra con la Caritas, poi in Africa con Amref, molti foto reportage in chiave sociale sulla città. E poi la realizzazione del sogno di sempre: trasferirsi a Parigi, la capitale della fotografia. Lì vive ormai da almeno 15 anni con la compagna Isabelle, photoeditor a «Libération» e il piccolo Paolo di 4 anni. In Italia pubblicava foto per i più importanti quotidiani dal «Corriere della Sera» al nostro «L’Eco di Bergamo», e in Francia le sue foto sono apparse su «Le Monde» e «Libération» e sono distribuite dall’agenzia Signatures, maison de photographes.

È a Parigi che i suoi scatti hanno iniziato a incrociarsi con la sua passione per la letteratura e a diventare narrazione del mondo, quello che sfugge ai fatti di cronaca.

È così che ha dato un’immagine alle Città invisibili di Italo Calvino o ha scoperto il Louvre quando spegne le luci ai milioni di visitatori. E ancora ha percorso e ripercorso Piazza Vecchia attraverso i passi e le traiettorie di chi la vive e attraversa, ha trasformato la città della Tour Eiffel in un safari andando a caccia degli animali dipinti un po’ ovunque sui muri della capitale francese. Lavori che sono diventati mostre, libri, laboratori e che gli hanno permesso di farsi strada nella città che ha prodotto dei fotografi come Henri Cartier Bresson e Robert Doisneau.

È lì che vive ed è lì che vuole restare ma proprio in questi giorni torna in Italia come direttore artistico dell’edizione 0 di «Transizioni» con cui trasforma la città di Bologna in una homepage ideale su cui proiettare cortometraggi fotografici provenienti da tutto il mondo. Un numero zero di una città digitale aperta alla fotografia in movimento che aprirà il 27 novembre con la proiezione di «Città» di Gabriele Basilico all’Urban Center in piazza Maggiore e la presenza di un critico come Giovanna Calvenzi.

Venticinque proiezioni internazionali, 11 spazi disponibili, tre giorni di dialoghi sulla narrazione fotografica e la sua presenza nei nuovi media: che cos’è esattamente «Transizioni»?

«Transizioni nasce da un’idea mia e di Irene Pancaldi, 33enne bolognese, esperta di comunicazione culturale, conosciuta a Parigi, dove entrambi lavoriamo e viviamo. Vuole essere un’occasione di dialogo e riflessione tra addetti ai lavori ma anche curiosi sulla fotografia in movimento e la sua capacità di narrare lo stato delle cose, il mondo così come lo vediamo oggi, in questo momento, dai vari angoli del pianeta».

Che cosa si intende per fotografia in movimento?

«Negli ultimi anni mass media online e social network ci hanno inondato di video e di photogallery ma anche di foto montate in una sequenza che scorre. Si tratta spesso di immagini sovrapposte l’una all’altra senza una sequenza narrativa e di ogni genere e qualità. Ma il pubblico ha imparato a guardare il mondo e la realtà attraverso quelle immagini in movimento. Ebbene diciamo che in tutto il mondo ci sono alcuni professionisti che invece utilizzano lo slide show in movimento per raccontare la realtà attenti alla cura della foto e allo stesso tempo alla narrazione nel montaggio. Io ho avuto modo di conoscere e apprezzare i lavori di alcuni di loro e ho pensato di contattarli per questo evento. Ci hanno creduto e mi hanno concesso di proiettare le loro opere».

Perché proporlo in Italia?

«Parigi è la capitale della fotografia, da qui si guarda e si ha contatti con il mondo, qui ci sono centinaia di mostre ogni giorno. Solo così ho potuto coinvolgere artisti da tutto il mondo e di alto livello, ma anche critici della fotografia. Da Parigi con Irene abbiamo creato l’intero evento ma entrambi abbiamo pensato di proporlo subito in Italia perché c’è un tessuto culturale molto ricettivo, aperto, curioso che può essere coltivato. Infatti il Comune di Bologna ci ha aperto le porte. Credo abbia funzionato però perché siamo arrivati con il pacchetto chiavi in mano saltando quindi tutti i passaggi di raccolta del consenso politico e della burocrazia che in Italia bloccano spesso qualsiasi iniziativa privata e non calata dall’alto».

Perché Bologna e non Bergamo?

«Bologna è la città di Irene e poi, se devo dirla tutta, in passato ho proposto delle cose a Bergamo ma non ho avuto molte risposte, anzi non ho avuto risposte. Poter fare qualcosa nella mia città resta un grande sogno anche perché si presta molto: penso ad alcuni spazi dismessi che sarebbero delle location perfette per la fotografia».

Che impressione fa l’Italia quando si rientra da Parigi?

«Gli italiani in linea di massima sono stati sempre fatalisti, ora sono pessimisti. Diciamo che vedono il bicchiere vuoto anche se è mezzo pieno, invece in passato lo vedevano mezzo pieno anche se magari era mezzo vuoto. Manca soprattutto entusiasmo. Credo sia dovuto al fatto che c’è poco spazio per l’emergere di idee dal basso. Mi dispiace soprattutto per i più giovani anche perché un 25enne italiano ne ha da vendere a un coetaneo francese, ve lo assicuro. Ha un naturale background culturale e una carica creativa e di flessibilità che altri non hanno: fattori ancora poco valorizzati in Italia».

Che cosa significa tornare nel proprio Paese come direttore artistico di un festival internazionale?

«Significa che viaggiare fa bene e che la fuga di cervelli può essere letta come una perdita per il Paese ma anche un’opportunità di maturare nuove esperienze, avere contatti con il mondo, crescere e anche riportare in Italia quello che si è appreso».


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