Io, ricercatrice a Barcellona «Sono sempre migrante»

Io, ricercatrice a Barcellona
«Sono sempre migrante»

Eugenia Resmini Da Brignano si è trasferita in Spagna. Dal 2007 lavora all’ospedale San Pau di Barcellona. «Dagli spagnoli ho imparato come fare squadra». Si definisce «sempre migrante», perché il lavoro di medico, ricercatrice e professoressa nell’ambito dell’endocrinologia l’ha portata lontano da Bergamo, eppure racconta di sentire molto il «bagaglio bergamasco». Eugenia Resmini, di Brignano Gera d’Adda, lavora dal 2007 a Barcellona. Dopo il diploma di maturità al liceo classico Simone Weil di Treviglio si è laureata in medicina alla statale di Milano con pieni voti e lode, ha svolto la specialità in Endocrinologia e Malattie del ricambio all’Università degli studi di Genova e, sempre nel capoluogo ligure, ha ottenuto il dottorato di ricerca.

«Dal novembre 2007 ad oggi – racconta Eugenia – vivo in Spagna, a Barcellona, e lavoro nel dipartimento di Endocrinologia dell’Hospital de Sant Pau della città. Qui svolgo assistenza clinica a pazienti con patologia endocrinologica e sono responsabile delle attività di ricerca di un centro che promuove l’integrazione tra attività clinica e scientifica (Ciberer), oltre che di progetti di ricerca nazionali ed internazionali. Insegno anche all’università, nei master di infermeria e nella facoltà di medicina dell’Università Autonoma di Barcellona».

«L’Hospital Sant Pau – spiega – è stato il primo ospedale di Barcellona, fondato dalla Chiesa cattolica nel 1401. È situato vicino alla Sagrada Familia, nel 2009 si è conclusa la costruzione del nuovo edificio dell’ospedale proprio a fianco della basilica. All’interno ci sono la facoltà di Medicina, la scuola di infermeria, un dipartimento di Endocrinologia che comprende anche la diabetologia e che è sede del registro europeo della patologia di Cushing, una delle malattie ipofisarie di cui mi occupo».

Per la propria attività scientifica, Eugenia ha ricevuto anche diversi riconoscimenti, tra cui il «Premio Società italiana di Endocrinologia 2009», il «Premio Società spagnola di Endocrinologia 2010». È stata una dei fondatori ed ora è vicepresidente di Aris, l’Associazione dei Ricercatori italiani in Spagna (www.arisitalia.wordpress.com).

Si sente che Eugenia ama il posto dove vive e lavora: «La cosa più bella di Barcellona – racconta – sono le opportunità che ti offre da tutti i punti di vista, personale e lavorativo: ogni persona può coltivare i propri interessi, ma anche lavorare sodo per una realizzazione personale. La crisi ha stretto un po’ le porte d’entrata ai nuovi immigrati, ma comunque non ha tolto opportunità a chi veramente si vuole mettere in gioco. Chiaramente il clima è un altro risvolto positivo di Barcellona».

«Dagli spagnoli – prosegue Eugenia – ho imparato come fare squadra sia una soluzione vincente perché un singolo individuo, anche se geniale, nella società di oggi può fare ben poco se resta solo e isolato. Lo spirito di squadra dovrebbe animare tutti per migliorare il proprio avvenire: qui in Spagna ricordo ancora le manifestazioni settimanali contro la privatizzazione degli ospedali, che hanno interrotto sul nascere un processo di privatizzazione sanitaria. Oggi la sanità pubblica è gratuita, senza ticket e di buona qualità, alla quale si aggiunge un servizio di mutua e il privato puro: i tre livelli di sanità permettono quindi al cittadino di scegliere liberamente a quale servizio affidarsi».

«A Barcellona – continua – ho scoperto anche il mio lato creativo, che poi ho sviluppato nella cura dei pazienti, visto che lavorare con gli ormoni è anche lavorare con le emozioni: ho coltivato la mia passione per il teatro ottenendo anche un diploma di interpretazione teatrale nel 2011. Insomma – commenta – a volte mi sento uno, nessuno e centomila, perché faccio molte cose sul lavoro, mi dò da fare nell’attività associazionistica e spesso non trovo neppure il tempo per me stessa».

La sua è una carriera che ha attraversato diverse città, ma che l’ha portata sempre lontano da Bergamo. «Mi definisco “sempre migrante” – spiega Eugenia – nel senso che ho operato sempre fuori della sanità bergamasca, anche per un difetto iniziale del sistema, cioè la mancanza della facoltà di medicina, che costringe tanti medici bergamaschi a formarsi fuori e rimanere fuori. Mi piacerebbe che Bergamo e la Bergamasca potessero far tesoro delle proprie risorse per progettare il futuro, che fossero artefici del proprio destino contando sulla forza dei giovani talenti anche in sanità, che diventassero un territorio padrone di se stesso in ambito medico».

Eppure Eugenia sente che Bergamo le ha consegnato un bagaglio importante, in grado di aiutarla nel suo peregrinare tra città diverse: «Certo – commenta – qui a Barcellona la parola fatica deve essere la tua continua compagna di viaggio ma, come insegna la nostra terra bergamasca, senza fatica non si ottiene nulla. Sento molto il bagaglio bergamasco che indica che si deve sempre lavorare sodo per ottenere qualcosa. Insegnamento della mia famiglia, ma anche di una terra che ha dovuto costruirsi opportunità tra campi e officine. Di recente – conclude Eugenia – ho scoperto l’Ente Bergamaschi nel mondo: si è appena costituita una sezione di Barcellona e io mi sono associata per poter contribuire alla sua crescita. Ho scoperto che i catalani (Barcellona è la capitale della Comunità autonoma della Catalogna, ndr) e i bergamaschi hanno geni comuni, i primi sono gli spagnoli che nel Quattrocento sono venuti a combattere come mercenari assoldati dal ducato di Milano contro la Repubblica di Venezia e si sono accampati proprio in terra bergamasca, che allora costituiva il confine tra i due stati. Per questo il nostro dialetto è molto simile al catalano, e forse anche per questo a Barcellona mi sono sentita subito a casa».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per sei mesi l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].


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