Faccio il medico  con gli anziani di Lione

Faccio il medico
con gli anziani di Lione

Per i suoi 18 anni, gli amici le regalarono un libro dell’organizzazione internazionale «Medici senza frontiere»: l’idea originaria era infatti diventare un medico dell’urgenza, con la possibilità di partire in missione umanitaria.

Poi, durante il corso di studi in Medicina all’Università «Alma Mater» di Bologna, Giuseppina Lanfranchi, originaria di Sovere, ha scoperto la sua passione per l’aspetto clinico e le peculiarità di ogni paziente di fronte a una stessa malattia, decidendo così di intraprendere la specializzazione in Geriatria.

Due esperienze negli ospedali francesi durante il percorso accademico emiliano le hanno permesso di apprezzare il sistema d’Oltralpe, e nel 2007 ha ottenuto una posizione da geriatra a Parigi. Nella «città delle luci», si è trasferita con il compagno Davide, al tempo dottorando in Biologia dei tumori, e nel 2011, superato il concorso, ha ottenuto un posto da titolare. Ma la ricerca dell’incastro perfetto tra affetti e professione non è finita qui: da circa due anni, dopo la nascita della figlia Marta, è approdata all’Hopital geriatrique Antoine Charial di Lione, città in cui Davide attualmente lavora per l’Organizzazione mondiale della sanità.

«Anche se al tempo non fu una scelta facile perché la Geriatria non corrisponde all’idea di una medicina nobile, a distanza di anni posso affermare con soddisfazione che sia tra le specialità più umanitarie e complesse che l’esercizio della medicina contemporanea possa offrire – racconta Giuseppina –. Nel mio reparto a Lione, accogliamo pazienti anziani che a fronte di un problema acuto sono troppo fragili o gravi per poter tornare a casa. I casi sono alquanto eterogenei e mi confronto con la complessità di molte malattie nello stesso paziente. Oltre a quello scientifico, il lato umano diventa capitale in Geriatria: spesso le persone anziane non sono più in grado di esprimere correttamente i disturbi e le loro necessità. Il compito del medico è riuscire a cercare gli indizi importanti in alcuni dettagli per poter richiedere gli accertamenti necessari e stabilire le priorità di cura».

La scoperta del sistema ospedaliero francese è avvenuta passo per passo: «Nel 2000 ho frequentato un semestre all’Università di Grenoble. In Francia si impara molto di più sul campo: gli studenti di Medicina hanno subito un ruolo attivo, cominciando a frequentare i reparti già al terzo anno. Credo che anche l’Italia si stia attrezzando in questo senso. È stata un’esperienza importantissima per il mio futuro tanto che, tornata a Bologna, per tre anni ho frequentato assiduamente un reparto di Medicina interna: lì ho incontrato il mio mentore, un professore che mi ha trasmesso l’arte di essere un medico».

Un’altra pratica arricchente, è stata uno stage specialistico di tre mesi all’ospedale parigino Pitié-Salpêtrière: «Rimasi estremamente stupita di scoprire come lì la Geriatria fosse una branca relativamente giovane, costituita da medici entusiasti e disponibili, spesso specialisti in altri campi. Ero nella “Stroke Unit”, un reparto che mi ha permesso di imparare la gestione in urgenza di un paziente colpito da ictus».

Al termine della specialità (novembre 2006) si è inserita per qualche mese nel reparto di Medicina interna in un ospedale emiliano: «La piccola struttura di provincia è certamente meno entusiasmante del grande ospedale parigino, soprattutto per una neo-specializzata. A Castel San Pietro coprivo turni di guardia e ho migliorato la gestione delle urgenze in caso di problemi acuti. Non avevo però la possibilità di seguire veramente i pazienti. Mi mancavano l’energia e gli stimoli percepiti in Francia. Complice il fatto che il mio compagno aveva l’intenzione di fare un’esperienza all’estero, ho mandato il mio curriculum ai primari di alcuni reparti di Geriatria a Parigi. Ho avuto tre risposte positive e ho scelto l’Ospedale di Bicêtre, dove già lavorava un’amica italiana. Così è iniziata la nostra avventura».

Per ottenere il trasferimento dalla capitale alle sponde del Rodano, oltre alle capacità professionali, è servita anche una «congiunzione astrale»: «Non serviva solo l’accordo con il capo dipartimento e con il primario del nuovo ospedale – spiega Giuseppina – ma anche un posto libero. Fortuna ha voluto che una collega di Lione avesse a sua volta chiesto un trasferimento».

Nella nuova città sembra trovarsi molto bene: «Lione non ha il fascino di Parigi ma essendo meno caotica offre una qualità di vita migliore ed è abbastanza grande da proporre molte attività per il tempo libero. Lavorando 10 ore al giorno da lunedì al venerdì e compreso qualche sabato, io e la mia famiglia siamo ancora nella fase di scoperta: nel week end visitiamo in bicicletta diversi quartieri, parchi e musei; a volte prendiamo la macchina, avventurandoci nei dintorni: ci sono colline con vigneti, valli, fiumi e montagne molto belle. Tutto questo con nostra figlia Marta di due anni, che sta crescendo bilingue: in casa le parliamo in italiano, mentre quando va all’asilo o siamo con amici si utilizza il francese».

Ormai sono passati più di otto anni dalla sua partenza, ma Giuseppina non dimentica il Belpaese e in particolare il capoluogo emiliano: «Torniamo in Italia 3-4 volte l’anno. Mi mancano la famiglia e alcune care amicizie della quotidianità, che ancora sopravvivono al tempo e alla distanza. Oltre a un’ottima formazione, Bologna mi ha regalato un decennio bellissimo: 19 anni fa ho conosciuto il mio compagno Davide, poi è una città accogliente e resa molto vivace dal gran numero di studenti che vengono da ogni parte d’Italia. Inoltre mi sono dedicata ad alcune attività di impegno civile come l’assistenza ai malati senza permesso di soggiorno e all’attività del gruppo locale di Emergency; in Francia non ho ancora avuto modo di impegnarmi in associazioni simili».

Il suo ritorno appare al momento improbabile: «Per ottenere un posto da titolare dovrei ricominciare a frequentare un reparto e aspettare un concorso ad hoc. Personalmente non ho in programma di tornare in Italia, perché professionalmente non potrei avere la posizione che ho qui in un ospedale pubblico».

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