Giornalista a New York
Il mio maestro? Eco

Si dice che la mano che dondola la culla sia quella che sorregge il mondo. E di certo tutto il mondo di Annalisa Merelli, 33enne di Boccaleone – l’ultima decade passata tra l’India e New York – è una diretta conseguenza di quella mano, capace di dondolarla, sì, ma anche di abbracciarla, ammonirla e guidarla quando, a 8 anni, il papà muore. Da allora è la madre, Ida Cetta – avellinese di nascita e bergamasca d’adozione, professoressa di Lettere al Vittorio Emanuele – a provvedere a ogni necessità di Annalisa e della sorella.

Giornalista a New York Il mio maestro? Eco
Annalisa Merelli

«Nonostante il lutto, ha stretto i denti e non ha mai smesso di lottare. Amo ripetere che è un centravanti di sfondamento: si svegliava alle sei per preparare torte e biscotti, affinché non mangiassimo le merendine confezionate. Ci mandava a lezioni di danza, piano, trasmettendoci la sua sete di sapere: andavamo in giro per musei, guardavamo film d’essai e ci leggeva i capolavori della narrativa. E, poi, ogni estate via in Inghilterra a studiare l’inglese: un’esperienza che si è rivelata fondamentale per il mio percorso di vita a seguire».

Mamma Ida non è la sola donna a brillare nel microcosmo di “Nalis”, come la chiamano in famiglia. C’è la maestra Carla, di ruolo alle elementari Domenico Savio di Boccaleone, che svezza i suoi alunni con «Marcovaldo» di Calvino, ma anche iniziandoli allo yoga e alle danze folkloristiche. E, vent’anni dopo, le amiche del cuore dell’università, a Bologna: Eleonora Giovanardi (protagonista di «Quo Vado?» il film campione di incassi di Checco Zalone), Elena Favili, ideatrice di «Timbuktu» (il primo magazine per bambini edito in italiano, inglese e spagnolo: è tra le start up più famose del momento a livello mondiale) e Elena Marinelli, che ha appena pubblicato «Il terzo incomodo» per Baldini & Castoldi.

Un universo rosa in cui, a un certo punto, si palesa una figura maschile destinata a segnare tutto il percorso della bergamasca. «Dopo il diploma al liceo classico al Sarpi, mia madre voleva fortemente che mi iscrivessi a Ingegneria edile: io, invece, sognavo di studiare Scienze della comunicazione a Bologna, perché ero cresciuta con il mito di Umberto Eco. Sostenni entrambi i test di selezione e, con mia mamma, facemmo un patto: se fossi arrivata tra i primi dieci a Bologna, avrei potuto iscrivermi lì. E così successe. Eco era un personaggio straordinario, totalmente privo di puzza accademica e con un’apertura mentale incredibile, capace di mischiare l’aulico con il popolare. Ricordo un suo affollatissimo seminario sulla poetica di Aristotele: tra lo sgomento generale citò una fiction che all’epoca era parecchio famosa, “Carabinieri”, facendo riferimento a Manuela Arcuri. Pensare che Umberto Eco conoscesse la Arcuri, era di per sé buffissimo!».

Fresca di laurea triennale, Annalisa si imbatte in un annuncio. «Mentre cercavo il prezzo di una borsa sul sito di “Fabrica” – il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton – mi si aprì un pop-up: stavano selezionando scrittori. Mi presentai ai colloqui e, un mese dopo, mi assunsero: un’esperienza meravigliosa». A «Fabrica» si fidanza con un ragazzo che vive a New Dehli e, appena presa la specialistica, decide di andare a trovarlo. «L’India è come la scabbia: ti cresce sotto la pelle e non te ne liberi più», spiega.

Siamo ne 2008: ha inizio la fase cosmopolita di Annalisa. «Contrariamente all’Italia – dove stava iniziando la crisi – l’India viveva un boom economico: stavano aprendo molti giornali e io, dopo l’esperienza a “Fabrica”, avevo capito che la scrittura sarebbe stato il mio mestiere. Iniziai a collaborare come free lance con “The National”, una testata araba: pagavano bene al punto che con un articolo potevo campare un mese. Ma per avere la residenza dovevo farmi assumere, così accettai l’offerta di un’agenzia pubblicitaria. Il mio capo decise di affidarmi un blog che raccontasse il Paese e nacque “India Tube”, un network che riscontrò un tale successo da essere inglobato da “The Guardian”».

Eppure la ragazza non si crogiola sugli allori e decide di fare le valigie. «Mi chiedevo: sarei capace di lavorare anche altrove? Decisi di tornare. Mi recai a all’Ordine dei giornalisti di Milano per chiedere di essere iscritta all’albo, ma mi gelarono: “Se avesse voluto diventare giornalista, sarebbe dovuta rimanere in Italia”. Insomma: sembrava che il mio curriculum fosse carta straccia. Era il 2012; fortunatamente vinsi la green card e decisi di realizzare quello che era sempre stato un mio desiderio: trasferirmi a New York».

A gennaio 2013, in una giornata in cui il termometro segna i meno 13 gradi, Annalisa atterra con una valigia carica di abiti pesanti e di sogni. Il primo, però, deve essere accantonato. «Mi accettarono al corso di giornalismo della Columbia University. Peccato per la retta, a dir poco proibitiva: 60 mila dollari annui!». Si rimbocca le maniche e inizia a lavorare come copy writer, finché non viene arruolata da «Quartz» – famosa testata online americana –: in pochi mesi passa da semplice collaboratrice a redattrice e, attualmente, lavora in una redazione di ottanta giornalisti. «Da quest’anno mi occuperò molto di Italia, parlando dell’immigrazione; e farò la spola anche con l’India, dove abbiamo un ufficio di corrispondenza . Eppure non sono certa che il mio futuro sia qui: un po’ perché rifuggo il “per sempre” e poi perché, crescendo, inizio ad avere necessità diverse. Il mangiare bene, ad esempio, e l’idea di essere circondata dal bello: ogni volta che torno a Bergamo resto senza fiato e mi perdo a contemplare il panorama: Città Alta, le Orobie, il verde. E dire che sono cose che ho dato per scontato finché ci ho vissuto. Realizzo di avere nostalgia delle piccolezze: come camminare sull’acciottolato anziché sull’asfalto. A volte vado a fare un giro in alcuni quartieri di New York – come il West Village e Harlem – solo perché ci sono pezzetti di strada con i sampietrini: mi piace la sensazione del mio piede che li calpesta. Per un attimo, mi sembra di essere a casa. Senza contare quanto mi manchi poter scrivere nella mia lingua».

Dopo la morte di Eco, Annalisa ha scritto un bellissimo articolo, tradotto in italiano e ripubblicato da «Internazionale»: si intitolava «Umberto Eco changed my life». Qualche mese prima, racconta, lo aveva contattato. «L’Oxford Dictionary aveva eletto l’emojii a forma di cuore parola dell’anno. Pensavo: Eco su questa cosa scriverebbe una bomba. Allora gli chiesi se volesse commentare la notizia per noi di “Quartz”. Rimasi di stucco quando, dopo qualche giorno, trovai la risposta nella posta in entrata: mi ringraziava per la proposta ma, aggiungeva, era pieno di scadenze e non sapeva nemmeno se sarebbe riuscito a rispettarle. Ancora una volta dimostrò di essere una persona di grande generosità e apertura mentale».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con Brembo S.p.A. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per sei mesi l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].

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