«La vita a Port au Prince L’isola è la mia famiglia»
Fiammetta Cappellini

«La vita a Port au Prince
L’isola è la mia famiglia»

Nemmeno il terribile terremoto del 2010 è riuscito a scoraggiare il progetto di vita ad Haiti di Fiammetta Cappellini, 42 anni originaria di Treviglio, cooperante bergamasca della ong Avsi (Associazione volontari per il servizio internazionale).

Da 10 anni vive nell’isola dell’America centrale, una delle zone, per usare un eufemismo, più problematiche del mondo: povertà, criminalità, instabilità politica, insomma tutti elementi che rendono Haiti un Paese senza molte prospettive.

Eppure Fiammetta qui si è sposata con Fritz Frederic, haitiano, dalla loro unione è nato Alessandro, e nel Paese intende rimanerci, legata a esso dall’amore per la sua comunità e dal lavoro che qui svolge.

Volontaria del Pime - La voglia di impegnarsi per gli altri è stata la protagonista della vita di Fiammetta da sempre. Racconta: «Ho svolto, insieme ai miei amici e con il supporto della parrocchia o di missionari del Pime, numerose missioni brevi in giro per il mondo: Costa d’Avorio, Egitto, Giordania, Thailandia. Lo facevo d’estate, trascorrevo così le ferie: dopo essermi laureata in Pedagogia (successivamente mi sarei laureata anche in Lettere) mi ero trasferita in centro a Bergamo e lavoravo per una casa editrice di testi scolastici per le scuole medie e superiori».

Il primo viaggio ad Haiti - «La prima volta ad Haiti – spiega Fiammetta – risale al 2002, poi ci sono tornata nel 2003 per assistere all’ordinazione di un vescovo haitiano che ci aveva ospitato l’anno precedente. Lui stesso mi ha affidato a una famiglia di un altro prete suo amico, e il fratello di questo mi accompagnava in giro per la città: era Fritz, abbiamo cominciato a conoscerci, poi abbiamo mantenuto i contatti e desideravamo rivederci. Sono tornata sull’isola per le vacanze di Natale del 2003 durante le quali, diciamo così, ci siamo resi conto che tra noi due c’era “del materiale su cui lavorare”. Ho quindi preso un’aspettativa dal lavoro e sono stata ad Haiti tre mesi nel 2004».

L’amore per Fritz - «Abbiamo pensato di sposarci – ricorda Fiammetta –, così mi sono licenziata dal mio lavoro a Bergamo a mi sono trasferita qui nel 2006. Ma il mio legame con l’isola è stato favorito anche dal lavoro: nel frattempo, infatti, ho chiesto di iniziare a lavorare per Avsi, trasformando così ciò che facevo come volontaria durante le missioni in lavoro. Diciamo che è stato un insieme di cose che si sono felicemente incrociate e che mi ha convinto a progettare la mia vita qui».

La baraccopoli - Da allora per Fiammetta è cominciata una vita completamente diversa: «Un po’ ero preparata – spiega –, ma certo c’è una grande differenza tra lo stare ad Haiti pochi mesi e l’idea che il tuo futuro sia qui. Cité Soleil, ad esempio, è uno dei quartieri di Port au Prince, la capitale di Haiti, in cui lavoro: è una delle più grandi bidonville del mondo, l’Onu l’ha definito uno dei posti più pericolosi del pianeta, c’è un altissimo livello di violenza e in passato nemmeno l’esercito e la polizia riuscivano a entrare. Il Paese è il più povero delle Americhe e il degrado è ai massimi livelli, non ci sono infrastrutture e servizi e l’instabilità politica è fortissima».

Quando finalmente Fiammetta cominciava ad ambientarsi è arrivato, in una situazione già molto critica, il terremoto del 2010: «È stata – racconta – una tragedia epocale: un impatto paragonabile a quello dello tsunami nel Sudest asiatico ma tutto su una sola isola e ai danni di un Paese già poverissimo».

«Ci sono voluti anni perché le emergenze più immediate rientrassero – dice –, per tutto quel tempo qui non è esistito altro che la risposta all’emergenza, con centinaia di migliaia di persone ammassate in tendopoli in mezzo alla città. I colleghi avevano perso l’abitazione e sono venuti a vivere nel cortile di casa mia, non c’era acqua potabile nè telecomunicazioni funzionanti. Disastrosa l’emergenza sanitaria, mai più veramente rientrata, e aggravata dal colera che ha colpito l’isola a fine 2010».

Il terremoto dentro - «Tutto questo è stato difficile da sostenere anche psicologicamente – ammette –. Una volta parzialmente superati i problemi del terremoto il Paese ha continuato ad avere i problemi di prima: le elezioni sono ancora contestate, ci sono manifestazioni e instabilità. Questa è la normalità sull’isola, una situazione che ti mette di fronte alle cose più vere della vita».

La scelta di restare - Colpisce che il bilancio dopo tutto ciò sia comunque positivo, favorito da un lavoro che ama: «Qui – spiega Fiammetta – ho incontrato difficoltà fuori dall’immaginabile, ma sono contenta della scelta fatta. Il lavoro con Avsi me ne dà una conferma: mi pone davanti a sfide enormi, ma mi regala grandi soddisfazioni e mi ha aiutato ad amare Haiti. Il mio ruolo è di rappresentante dell’Avsi ad Haiti, sono a capo della missione della ong nel Paese: il lavoro di cooperante è bellissimo, aiuto la popolazione e supporto le istituzioni locali a sviluppare progetti nel campo agricolo, sociale, dell’educazione e della risoluzione pacifica dei conflitti, uno dei settori in cui sono più attiva. Dall’Italia non me ne sono andata perché non mi piaceva quello che facevo, anzi amavo il mio lavoro. Ora invece penso che non potrei fare nient’altro che questo nella vita».

Il futuro da costruire - Conclude Fiammetta: «Anche mio marito, che pure ha studiato in Canada, ha scelto di spendere le sue competenze per aiutare la popolazione del posto: ci siamo quindi detti che la vita di entrambi è qui. Con gli anni ci siamo chiesti se confermare tutto ciò. Dobbiamo pensare ad Alessandro: ora ha 8 anni, ma è difficile pensare che potremo tenerlo qui per sempre a vivere una vita blindata, avrà diritto a inseguire sogni e opportunità, che qui sono limitate, altrove: quando sarà il momento, vedremo».

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