Lontana dall’Italia ho capito
il valore della nostra cultura

Debora Cavagna da Dalmine al Michigan con la famiglia Insegnante di Lettere e di storia all’ istituto Einaudi. S’ impegna negli Usa per l’ associazione Dante Alighieri. Per 25 anni non ha fatto che ripetere ai suoi alunni un dogma nel quale credeva profondamente. «La storia serve per capire il passato, comprendere il presente e prevedere il futuro». Eppure Debora Cavagna - 48enne di Dalmine, docente di lettere e di storia all’ Itis Einaudi - ammette di aver realizzato a 7.000 chilometri di distanza il valore della nostra cultura, lascito di una civiltà millenaria.

Lontana dall’Italia ho capito il valore della nostra cultura

Perché, a volte, soltanto la lontananza consente di mettere a fuoco: nel suo caso l’ osservatorio privilegiato è una cittadina di nome Northville - nello stato del Michigan, Stati Uniti - dove risiede dal 2014 con il marito, Guglielmo, dirigente Brembo e i figli, Sofia e Filippo, di 16 e 9 anni. «Quando ci siamo trasferiti non ero per nulla nazionalista: anzi, ero piuttosto critica nei confronti del mio Paese. Ma da qui mi sono resa conto della fortuna che abbiamo noi italiani: diamo per scontato camminare tra chiese dell’ Ottocento o imbatterci in abitazioni del Seicento. Riteniamo normale essere circondati da opere d’ arte, mangiare bene e aver ereditato un patrimonio inestimabile. Lo confesso: è da espatriata che ho compreso l’ importanza dell’ identità», spiega la bergamasca, che Oltreoceano non ha perso la passione per Dante e Boccaccio.

Sebbene sia in aspettativa per coniuge all’ estero, non appena superate le difficoltà iniziali («Non conoscevo l’ inglese e al ristorante mi è capitato di chiedere una cucina, che si dice kitchen, anziché un pollo, chicken», racconta divertita) - Debora ha iniziato a collaborare con l’ associazione Dante Alighieri, la cui missione è diffondere l’ idioma e il lifestyle tricolore nelle sessanta nazioni in cui ha sede. «Insegno a categorie molto diverse. Da un lato - complice la massiccia presenza di “expat” connazionali, che gravitano nei dintorni di Detroit a seguito delle loro aziende, operanti nel settore meccanico o chimico - preparo bambini che parlano la nostra lingua, ma ne perdono la ricchezza lessicale e coniugano i verbi in maniera fantasiosa. Sono sempre più numerosi anche gli adolescenti che seguono corsi Ap (Advanced placement,) di italiano, necessari per iscriversi alle nostre università: negli Stati Uniti, infatti, hanno rette insostenibili, che oscillano tra i 30 mila e i 50 mila euro annui. Infine, mi occupo di seminari rivolti a professori universitari: a breve terrò una conferenza sulla donna-angelo dantesca, per una nuova interpretazione del ruolo femminile contro la violenza di genere».

L’ incontro con il sistema scolastico americano si è rivelato arricchente per Debora, che lo scruta da una triplice prospettiva: quella di mamma di un bimbo delle elementari e di una ragazza che frequenta la high school, ma anche da addetta ai lavori. «Qui la scuola è più pratica: iniziano a sei anni a studiare economia e marketing, perché l’ obiettivo è forgiare piccoli leader. Valutano l’ impegno del bambino, non la sua reale preparazione, prediligendo le flash card alla dimensione mnemonica; pochi compiti - rigorosamente online - e niente interrogazioni orali. Fanno tantissimo sport e l’ educazione fisica è considerata una materia al pari delle altre: idem alle superiori, con tre ore di corsa ogni pomeriggio. La high school funziona come la nostra università, con alcune discipline obbligatorie e altre facoltative; chi sceglie materie difficili avrà maggiori possibilità di essere ammesso a università prestigiose, il cui peso è fondamentale: più l’ ateneo è quotato, migliore sarà lo stipendio».

È una «prof» molto amata, «la Cavagna»: i suoi ex studenti la subissano di richieste di amicizia in Facebook, le raccontano le loro vite e, spesso le frustrazioni. «Quanta amarezza! Northville è tappezzata di cartelli con scritto “hiring now” (si assume, ndr). Basti pensare che, per scherzo, mi sono iscritta a Linkedin e ho ricevuto 50 offerte di assunzione nel giro di poco. Eppure, quando leggo le mail dei miei ragazzi, mi imbatto nella desolazione assoluta: alcuni sono sull’ orlo della depressione e a me non resta che rincuorarli. Tipi in gamba, preparati, la cui unica alternativa alla disoccupazione è fare i commessi sottopagati in qualche centro commerciale: si reputano incapaci, pensano di non valere nulla. Faccio il possibile perché gli entri in testa che stanno scontando colpe non loro. E dire che in Michigan gli ingegneri italiani - insieme a quelli indiani - sono ritenuti i migliori al mondo e le ditte se li contendono».

Entrare in sintonia con le persone e motivarle le riesce bene da sempre: laureata in Lettere a indirizzo psicologico, ha mosso i primi passi in Brembo, alla selezione risorse umane. «Entrai nel 1994 ed eravamo un migliaio di persone: quando rassegnai le dimissioni, nel 1998, eravamo in 2.300. Ripeto spesso che devo tutto a Bombassei: perché in quella azienda ho conosciuto mio marito, Guglielmo Ferrabue - che ora è responsabile degli investimenti globali per l’ area acquisti - e me ne sono innamorata. Se la Brembo è diventata un colosso è tutto merito del signor Alberto: è un genio, uno che lavora 20 ore al giorno e rispetta i suoi dipendenti. Dopo 18 anni si ricorda ancora di me e mi chiede di Sofia e Filippo: dimettermi mi dispiacque davvero, ma il mestiere di insegnante era quello che meglio si sposava con la gestione dei bambini».

La parola famiglia torna spesso nel suo racconto. «Nemmeno ora è stato facile ripartire da capo, dall’ altra parte del mondo: ma l’ alternativa era rimanere a Dalmine e diventare una “vedova bianca”, come le chiamo io, facendo soffrire i miei figli per l’ assenza del papà, e viceversa». Prima o poi i Ferrabue-Cavagna faranno ritorno. E la vulcanica prof riprenderà il suo posto dietro la cattedra. Più arricchita, però, e desiderosa di contaminare la didattica italiana con quella a stelle e strisce. «La nostra scuola dovrebbe essere maggiormente flessibile, puntando sull’ aspetto ludico e diminuendo la mole di studio. Mi orienterò verso un insegnamento ancor più creativo e pratico, adatto a preparare gli scolari al loro futuro professionale. E, poi, continuerò a mettere in pratica la lezione di don Giuseppe Belotti, direttore del Conventino, di cui sono una grande estimatrice: non esiste apprendimento senza un rapporto costruttivo ed efficace tra docente e alunno. Perché la relazione educativa è alla base di tutto».

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