Luca, biotecnologo a Budapest  Verso una cura per la sindrome di Tourette
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Luca, biotecnologo a Budapest
Verso una cura per la sindrome di Tourette

Da Albino a Budapest biotecnologo in un team europeo per trovare cure alla malattia «Pochi farmaci a disposizione per i bambini colpiti». Al momento, tutte le porte sono aperte: se il posto ideale per svolgere un post-dottorato sarà un Paese europeo, asiatico, oppure un’ esperienza americana, Luca Pagliaroli, 30 anni, ancora non lo sa. La cosa certa è che dopo aver fatto parte per tre anni di un’ importante progetto europeo sulla sindrome di Tourette a Budapest, il biotecnologo originario di Albino ha tutta l’ esperienza sul campo per affrontare un nuovo prestigioso percorso di ricerca nel campo della genetica. Al momento è di base in Ungheria, dove sta scrivendo la tesi di dottorato che discuterà il prossimo autunno.

Ripercorrendo le tappe più rilevanti del percorso di vita e professionale, Luca racconta come il suo peregrinare per il globo è cominciato cinque anni fa sulla costa orientale degli Usa: «Per la tesi specialistica in Biotecnologie farmaceutiche ho passato nove mesi alla Brown University di Providence (Rhode Island). Ho sviluppato un nuovo protocollo nell’ ambito di un progetto focalizzato sui processi d’ invecchiamento in cui si esaminavano specifiche variazioni genetiche e metaboliche in animali in grado di vivere più a lungo. Fu una grande prova di responsabilità: mi sono stati dati tutti gli strumenti necessari, lasciandomi sperimentare».

Dopo il rientro in Italia e la discussione della tesi a Bologna, nella primavera del 2014 il giovane bergamasco entra a far parte del «Ts-Eurotrain», un progetto finanziato dalla prestigiosa borsa di studio Marie Curie che offre attività di formazione e mobilità per studenti e ricercatori, con l’ obiettivo di promuovere lo scambio tra le eccellenze scientifiche europee: «A due giorni dalla notizia del mio arruolamento, ero già catapultato a Budapest, dove mi è stata data una sistemazione dall’ Università per i primi due mesi. Il progetto ha compreso 12 ricercatori (PhD student) sparsi per l’ Europa a studiare la Sindrome di Tourette da diverse angolazioni scientifiche: direttamente con i pazienti, lavorando sui campioni genetici, sviluppando modelli animali e attraverso analisi bioinformatiche. Questa sindrome causa tic vocali e motori nei bambini dai cinque anni di età fino all’ adolescenza. Dal punto di vista farmaceutico non è una malattia “remunerativa”, perché affligge i pazienti per un periodo di tempo limitato (10 anni) e i sintomi variano da caso a caso. Trovare un unico farmaco è molto difficile perché oltre a essere una malattia molto complessa, la materia non è finanziata e studiata in maniera estensiva».

Luca spiega il suo ruolo all’interno del team: «Ho lavorato nel campo della genetica con il mio supervisor nella Facoltà di Medicina molecolare alla Semmelweis University, mentre presso un’altra struttura ungherese mi sono occupato di epigenetica, una branca della biologia molecolare abbastanza recente. In laboratorio ho lavorato sia su campioni umani che su modelli animali, svolgendo vari esperimenti per vedere se ci sono variazioni a livello di espressione genica tra i tessuti sani e non sani». Il progetto è un grande network che crea continue connessioni tra i dottorandi: «In questi anni ho visitato diverse realtà europee, passando con una certa continuità dei periodi in Germania, Islanda e Olanda, facendo ricerca sul Dna in aziende farmaceutiche di alto livello. È stata un’ottima opportunità che ha permesso di creare una base di lavoro per chi proseguirà il progetto, che ha un ciclo di 4 anni». La sindrome di Tourette resta uno scoglio molto ostico: «Siamo riusciti a trovare due variazioni genetiche che sono potenzialmente un rischio per contrarre la sindrome. È stato anche trovato un farmaco in via di sperimentazione che almeno su modelli animali sembra dare buoni risultati. La faccenda resta complessa e difficile: la cura definitiva o il gene chiave non sono stati trovati». Terminato il progetto promosso dall’Unione europea, Luca ha iniziato a scrivere la tesi di dottorato.

Si è preso però una pausa di sei mesi. «Sono partito per un periodo alla scoperta dell’Asia. Nel primo mese e mezzo per fare volontariato in una Ong (Mercury Center) dove ho insegnato inglese a bambini e ragazzi in Vietnam, che per loro un domani sarà una marcia in più per avere migliori prospettive di lavoro. Mi sono trovato benissimo con le famiglie del posto, ho visto luoghi fuori dalle classiche rotte turistiche, e soprattutto vissuto situazioni di vita quotidiana, reale. Ho poi visitato il Laos, Singapore, le Filippine e l’Australia dove ho lavorato per un’azienda agricola, sempre come volontario».

L’Asia è stata emotivamente esaltante: «Sono molto più poveri eppure sono felici. Mantengono alti valori come l’ospitalità, la gentilezza e la cordialità che forse da noi si sono un po’ persi, soprattutto nei confronti degli sconosciuti. Dopo questo salto nell’Oriente da marzo sono tornato a Budapest e sto scrivendo a pieno regime la tesi di dottorato». Si parla poi di un Paese che negli ultimi anni si sta orientando verso un’anima internazionale: «C’è un bel movimento a Budapest. Mi sento integrato molto bene, è una città fatta di giovani, piena di festival, eventi e in ottima posizione per visitare i Paesi balcanici. Nel contesto universitario e attraverso il basket ho conosciuto e sviluppato amicizie con moltissimi ragazzi di ogni nazionalità (ungheresi, tedeschi, canadesi, americani, svedesi) che studiano qui medicina. Si è appena concluso il torneo (Medikus Kupa) in cui si sfidano le quattro università mediche dell’Ungheria dove si crea una grande atmosfera di sport e festa e nel quale sono stato premiato come Mvp del torneo di basket». E dopo la fine del dottorato? «Ci sono diverse opportunità. Una è seguire un percorso con una piccola azienda farmaceutica in Olanda collegato a un post-dottorato in Usa, magari ad Harvard: potrebbe essere un’opzione temporanea, non ci vivrei per sempre. Per avere una famiglia la scuola, sanità e welfare funzionano meglio in Europa. Sceglierò sicuramente un Paese dove si parla una lingua che già conosco come l’inglese. Mi piacerebbe molto la Nuova Zelanda. Nel mondo della ricerca è possibile ogni spostamento. Nel frattempo da giugno tornerò alla scoperta dell’Asia partendo dall’Indonesia per poi vedere Cina, India, Thailandia, Myanmar, Cambogia, Giappone, sempre alternando attività di volontariato come insegnante di inglese o in aziende agricole, con periodi da turista per coltivare la mia passione da fotografo. Scoprire il mondo, conoscere gente e incontrare culture è davvero un’esperienza incredibile che ti apre la mente e gli occhi. Il mio viaggio è solo all’inizio».

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