«Mister Polenta» sbarca in Thailandia
a (Foto by Tipografia ECO)

«Mister Polenta»
sbarca in Thailandia

Storpiando un vecchio detto, si potrebbe riassumere tutta la vicenda di Marco Cantamessa, 46enne di Spinone al Lago, con un «Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto».

Basta sostituire «Marco» a «Maometto» e «montagna» a «polenta» perché tutto torni. Sì, perché Marco qualche anno fa decide di trascorrere le sue vacanze in Thailandia, luogo che gli amici magnificavano da tempo. Atterra a Pattaya – una delle località più visitate del Paese, che si affaccia sul versante Nord orientale del Golfo di Thailandia – e se ne innamora.

Perde la testa per le sue spiagge, per il mare cristallino, per la temperatura idilliaca e persino per una donna, Nok, con cui si fidanza. Siamo nel 2009 e il bergamasco, che lavora nell’azienda di famiglia con sede ad Albano Sant’Alessandro, decide di tornarci due volte all’anno: una in agosto, una a dicembre.

1Marco Cantamessa, 46enne di Spinone al Lago, vive a Pattaya in Thailandia e ha aperto un ristorante dedicato alla polenta

1Marco Cantamessa, 46enne di Spinone al Lago, vive a Pattaya in Thailandia e ha aperto un ristorante dedicato alla polenta

Vorrebbe tanto fermarsi a vivere in quel luogo incantevole, ma c’è un «ma» grande come una casa: Marco è ghiottissimo di polenta; vive con l’anziana madre che gliela prepara da sempre un paio di volte a settimana. Come potrebbe rimanere senza? Ed ecco l’idea: basta aprire una «polenteria» nella tanto amata Pattaya.

Nasce così «Mister Polenta»: un ristorante che ha aperto i battenti lo scorso 12 settembre, frutto di una passione per «l’oro giallo», ma anche di un’intuizione imprenditoriale. «Da tempo cercavo un’idea che potesse permettermi di rimanere in pianta stabile in Thailandia: poi ho realizzato che la pannocchia è alla base della cucina locale e allora perché non provare a proporre il mais in altra forma? Tanto più che in questa zona ci sono molti italiani, trasferitisi perché possono vivere agiatamente con i loro mille euro di pensione al mese. Come ogni espatriato, vivono con il rimpianto dei piatti della propria tradizione».

Non solo quella classica, ma anche taragna, accompagnata da cinghiale e capriolo. «Tutto tricolore – spiega fiero Marco –. Inizialmente ho cercato di importare da solo, ma la cosa si è rivelata più complicata del previsto, per cui mi sono affidato a importatori professionisti. Per ora ho comprato 10 quintali di farina da Moretti, di Spirano. L’idea è che duri per qualche mese, considerato che ne stiamo consumando mediamente cinque chili al giorno. Ho acquistato quattro mescolatori per quando entrerò a pieno regime lavorativo. L’unica cosa davvero complicata da commercializzare dall’estero è il vino, che può essere tassato fino all’800% a bottiglia».

Cosa spinge una persona con un’attività ben avviata a mollare l’Italia per tentare la fortuna altrove? «I fattori sono stati molteplici. Da imprenditore, ammetto che mi ha colpito scoprire che in Thailandia le tasse sono al 20% e l’Iva è del 7%: si può condurre un’esistenza agiata senza ammazzarsi di lavoro. Inoltre, mi ha conquistato il loro modo di vivere: forse influisce il fatto che la popolazione sia per lo più buddhista, ma la gente è serena, sempre conciliante. I ritmi di vita non sono frenetici, a differenza di come siamo abituati noi in Lombardia».

E ora la domanda cruciale: la polenta ha sedotto il palato dei thailandesi? «È ancora presto per fare bilanci: abbiamo aperto da poco e si tratta di un cibo totalmente nuovo, cui si devono abituare. A oggi ho riscontrato che va per la maggiore la taragna – merito anche di burro, Edamer e Fontina importati – e che piace di più agli uomini che alle donne. Per andare incontro alle loro esigenze ho inserito nel menu tredici piatti locali: li cucina Nok, che nel frattempo è diventa la mia ex, ma la cui presenza era fondamentale perché per aprire un’attività è obbligatorio essere in società con un thailandese. Ho scoperto che a tavola non può mai mancare il riso – che per loro è fondamentale come per noi il pane – e che gli orari dei pasti sono spostati. La gente può pranzare alle 15 e cenare a mezzanotte. E, invece dei canonici tre pasti al giorno, qui se ne fanno almeno cinque, ma mai abbondanti. Ecco perché credo che terrò aperto dalle 11 a mezzanotte, sette giorni su sette».

I più entusiasti, per ora, sono i turisti europei. «Ho clienti francesi e inglesi che già avevano avuto modo di assaggiare la polenta in Italia e sono entrati con l’acquolina in bocca. Anche se il più felice è stato un bresciano, che varcata la soglia del locale ha urlato “Finalmente posso mangiarmi la polenta!”. Si dice che per avere successo si debba tassativamente mettere un forno per la pizza, ma non ho intenzione di farlo». Semmai, a breve, verranno introdotti alcuni primi: «Da un ristorante italiano ci si aspetta soprattutto la pasta. Ho conosciuto un connazionale che la prepara fresca: la proporrò con i sughi più classici, così come con i ragù di cinghiale e di capriolo».

Ora, spiega Marco, il suo obiettivo è pubblicizzare il più possibile «Mister Polenta». «Ho optato per il volantinaggio e per i cartelloni sugli “speed taxi”, ovvero dei pick-up che fungono da autobus. Ho in programma delle serate a tema, come quella dedicata a polenta e coniglio, pur sapendo che ci saranno soltanto italiani, perché in Thailandia il coniglio è un animale da compagnia: sarebbe come per noi mangiare il cane. E a Capodanno vorrei organizzare un vero e proprio cenone con zampone e lenticchie». E poi? Marco sogna in grande. «Non mi sarei mai lanciato in questo progetto senza avere un piano preciso: una volta che “Mister Polenta” sarà ben avviato, punto a registrare il marchio a livello internazionale e lanciarlo come franchising. L’idea è di aprire un secondo punto vendita a Pattaya, per poi passare a Phuket, Ko Samui e Bangkok. Solo quando sarò riuscito a far partire bene il primo negozio tonerò a Spinone a salutare la mamma».

Nessuna nostalgia dell’Italia? «Grazie a Skype riesco a vedere mia madre due volte a settimana. E, per il resto, non mi manca nulla. Mi mancava la polenta – anzi, la “polentà”, come la chiamano qui. Ma me la sono portata e importata!». È proprio il caso di ribadirlo: a volte la montagna va da Maometto.

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