Lunedì 16 Giugno 2014

Il mio Mondiale dallo psichiatra
La terapia? Vedere la partita

Mario Balotelli dopo il gol

Anch’io ho visto Italia-Inghilterra, ma solo perché me l’ha ordinato il medico. Non prendetevela: abbiate rispetto delle minoranze etniche. Insomma, è successo che ho sottoposto il mio caso esistenziale al mio amico psichiatra Carlo Saffioti: chi è l’anormale, io l’indifferente con la palla al piede dei Mondiali, o la moltitudine pallonara? Sono stato respinto con perdite.

Posso scegliere fra due diagnosi. La prima: grave forma di autismo senile piuttosto rara, che induce all’isolamento e alla chiusura nei confronti degli eventi e al rifiuto di ciò che è relazione fra persone. Rifiuto la socializzazione, accidenti. La seconda: forma ancora più rara di schizorossite (si chiama così) che porta il soggetto a dissociarsi dalle decisioni delle autorità e ad esprimere una sorta di delirante solidarietà verso chi viene individuato come la vittima. Mamma mia. Una sola terapia rieducativa, alla Vittorio Alfieri: guardare le partite, legato davanti alla tv. E così è stato.

Lo confesso: mi ha sedotto il termine «trequartista», che non so cosa vuol dire ma fa lo stesso. In ogni caso sono rimasto trequarti indietro rispetto all’io narrante, non riuscendo mai ad appiccicare il nome al volto, a me sconosciuto, del calciatore. Senza farlo sapere ho fatto il tifo per quel calciatore di cui mi sfugge il nome, ma che mi sembra si presti a qualche equivoco, con la faccia, barba e capelli, alla Che Guevara.E qui casca l’asino, perché all’anima social non si può non rispondere. Ho posto la questione ai quattro gatti del Club degli Indifferenti: dobbiamo lasciare proprio solo il nostro Che Guevara e isolarci nell’alternativa democratica alla Berlinguer? Se un supermercato ha regalato la spesa ai clienti per la vittoria dell’Italia, noi che siamo dalla parte del Progresso dobbiamo proprio schierarci con le brioche di Maria Antonietta quando il popolo chiede pane? Il fatto è che siamo rimasti spiazzati, perché persino i monelli del Manifesto si sono messi a fare il tifo: per il Brasile dei senza terra, s’intende, ma pur sempre tifo. Sia chiaro: noi resistiamo sulla linea del Piave dell’indifferenza, ma intanto prepariamo l’exit strategy.

Se il centrocampo ha da essere ruotante, proporrei la politica dei due forni: sganciamento sulle fasce laterali con il piede in due scarpe e convergenze parallele verso il centro. Intransigenti sempre, ma un filino sotto: né aderire né sabotare. Resistenti sì, ma anche un tantino no: a noi interessa l’estetica alla Che Guevara, della coerenza non sappiamo cosa farcene. Abbiamo le idee confuse e non possiamo festeggiare: urge una pausa di riflessione.

Franco Cattaneo

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