Già vecchi

Già vecchi

Di tutte le forme di istantanea celebrità - o almeno di notorietà -, quella dell’«ultimo e primo nato dell’anno» è stata per tanti anni la più simpatica.

I neonati erano un poco vittime, d’accordo, di questa consuetudine che consentiva ai loro genitori di raggiungere le colonne del giornale senza partecipare a incidenti stradali o coltivare peperoni giganti nell’orto. Tuttavia, anni più tardi, si sarebbero probabilmente sentiti gratificati dal ritrovarsi minuscoli e grinzosi su un ingiallito ritaglio.

La piccola cerimonia giornalistica offriva anche l’occasione al sostituto del sindaco per le vacanze di fine anno di apparire in foto con un ruolo da protagonista, e non come figura un poco sfuocata alle spalle del primo cittadino durante le cerimonie importanti, quelle in grado di moltiplicare i voti. Non di rado, attorno al letto della puerpera si affollavano anche il cappellano dell’ospedale e il primario del reparto, nonché qualche suora sorridente, lasciando il neo-papà un poco ai margini dell’inquadratura, a prendere confidenza con il ruolo sempre più periferico che, da quel momento, gli sarebbe senz’altro toccato.

Il rito si ripete ancora oggi, ma purtroppo finisce per mescolarsi all’infinito magma delle cose «nuove» che, grazie all’interconnessione ininterrotta, si autoalimenta di continuo: 15 «like» per la pizza di Graziella, 42 per la gita di Pasquale, 34 per le scarpe nuove di Giorgia e 27 per la sparata di Arturo contro il governo (o l’opposizione).

Ogni minuto – che dico? ogni secondo – c’è un nuovo nato, e se non si tratta di un bambino in carne ed ossa ma di una torta o di un tramonto, la nostra attesa è la stessa: quella, indistinta, per il nuovo, la distrazione, la curiosità.

Un poco mi dispiace per gli ultimi nati del 2015 e anche di più per i primi del 2016: così giovani e già così vecchi.


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