Il modulo che pulisce
Raffaele Cantone

Il modulo che pulisce

Penso abbiate familiarità con il nome di Raffaele Cantone: dal 2014 è il magistrato che presiede l’Autorità nazionale anticorruzione.

In un altro Paese, forse quello di Alice e delle Meraviglie, al dottor Cantone sarebbe assegnato l’ufficio in fondo al corridoio, e non lo si vedrebbe mai se non all’ora di pranzo. In Italia, invece, il suo nome è nei giornali praticamente tutti i giorni, visto che la corruzione - praticata, sospettata, annunciata - è faccenda, appunto, quotidiana. Sapere che la corruzione c’è ed è un problema e avere un magistrato che coordina una squadra che vigila sul fenomeno non equivale a dire, purtroppo, che nel Paese la sensibilità sull’argomento sia elevata. Lo ha denunciato lo stesso Cantone: i piani anticorruzione affidati alle amministrazioni sono rimasti «pezzi di carta».

L’autorità ha esaminato circa 1.900 piani presentati dalle amministrazioni in tutta in Italia a vigilanza su opere pubbliche di particolare peso e dunque a rischio di mazzetta: ebbene, secondo Cantone, la gran parte di questi piani «appare di qualità modesta». Si ha l’impressione che i funzionari sbrighino la pratica svogliatamente, solo perché è un obbligo, un altro pezzo di carta - l’ennesimo - da spedire a Roma, ma senza alcuna sincera volontà di ostacolare il mortifero tran-tran della bustarella.

L’uscita di Cantone rattrista ma non stupisce. Sembra di rileggere un canovaccio ancor più scontato di una fiction in onda su Raiuno: allarme e indignazione quando si scopre la magagna, circo televisivo a seguire, decreto legge approvato d’urgenza, direttiva ministeriale agli uffici periferici e, infine, tuffo nell’oblio della routine burocratica.

La soluzione del problema - o della vergogna o della calamità - diventa così parte del problema stesso e lo protegge sempre più nel profondo di una coscienza collettiva alla quale, per sentirsi pulita, basta compilare un modulo.


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