Minaccia su minaccia

Minaccia su minaccia

Dovessimo scegliere una parola per i tempi in cui viviamo, credo che non potremmo sottovalutare la candidatura di «minacciare», verbo transitivo che vanta un popolarissimo participio passato: «minacciato». Se preferite, al verbo potremmo sostituire il sostantivo, «minaccia», che, secondo Treccani, sarebbe in genere «il fatto di promettere o annunciare un male, un danno, un castigo».

Tutti minacciano tutti: l’Isis minaccia l’Occidente, Putin minaccia Obama e Obama minaccia Putin, un ministro tedesco minaccia i profughi che minacciano le donne e, in compenso, un inquietante esercito di «stalker» minaccia ex mogli, ex compagne ed ex fidanzate.

Molto minacciate sono le querele. Minacciarle è anzi la loro premessa essenziale. Prima di presentarle si minacciano: altrimenti non vengono bene. Minacciatissimo anche l’ambiente: a dirla tutta, esso pare che regga, come concetto, solo per evidenziare le minacce che lo riguardano. Tali e tante sono queste minacce da ricavare l’impressione che, da solo, allo stato di riposo, l’ambiente non esista più: la sua definizione, a vocabolario, dovrebbe essere «quella cosa sottoposta a una o più minacce». In fatto di minacce, l’ambiente è secondo soltanto alla salute. Non c’è cosa più minacciata di questa. Qualche volta è perfino «l’ambiente a minacciare la salute»: una guerra tra disgraziati che mette tristezza.

Pare che la minaccia sia il mezzo di comunicazione più in voga, l’unico capace di ottenere attenzione. Non si vedono alternative: questa stagione della minaccia, ahimè, minaccia di essere interminabile.


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