Mercoledì 25 Novembre 2009

Con le foto della sua Leica
conquistò mezza Europa

Ogni cantiere era per lui importante. Non c'era opera alla quale non si dedicasse con tutto il suo impegno e quello della sua impresa, ma quando nella primavera del 1992 l'ingegner Giovanni Pandini ottenne l'appalto per il restauro della fontana di Sant'Agostino ne fu particolarmente soddisfatto. Prima di tutto perché le condizioni del monumento, da anni puntellato e transennato, ferivano la sua sensibilità di cittadino. Era un pessimo biglietto da visita per chi saliva a visitare Bergamo alta: non vedeva l'ora di eliminare quella bruttura. E poi desiderava rimettere mano al problema del restauro delle arenarie dopo i risultati, non troppo soddisfacenti, dell'intervento sulle facciate del Palazzo della Ragione. Oggi, sbucando da sotto l'andito della porta, non ci facciamo più tanto caso.

Ma l'ingegner Pandini l'avrà osservata chissà quante volte, nel viaggio tra la sua bella casa sui colli e gli uffici dell'impresa. La fontana, scongiurati i pericoli di crolli e con le pietre ripulite e consolidate, è in condizioni eccellenti. Forse, dopo quasi vent'anni, oggi le arenarie hanno bisogno di essere sottoposte a qualche trattamento. Lo smog è sempre in agguato. Ma proprio su questa delicata pietra delle nostre cave l'ing. Pandini aveva vinto, e con lui anche il progettista Alberto Pinetti, la sua battaglia. «Il miglior restauro - era solito dire - è quello di cui nessuno si accorge che è stato fatto». Quando era impegnato in questi interventi sul patrimonio storico e artistico il suo entusiasmo era contagioso.

Di grande cortesia e cordialità, era sempre pronto ad accompagnare il giornalista sul cantiere per mostrargli le tecniche adottate e i risultati. Con la sua scomparsa Bergamo ha perso non solo un imprenditore tra i più conosciuti e affermati oltre a un appassionato d'arte e grande mecenate, ha perso un cittadino autentico. Aveva girato il mondo, visitato capitali, intrattenuto rapporti con personalità del mondo artistico ed economico, ma la sua passione più profonda è sempre stata Bergamo. In anni ormai lontani era un piacere incontrarlo in Città Alta con l'amatissima moglie Lilian. Ne aveva di amici con cui intrattenersi nella passeggiata attraverso Piazza Vecchia, ma una tappa per lui era d'obbligo nella bottega di Domenico Lucchetti.

Li univa l'amore per la fotografia. Lucchetti professionista affermato, ma anche a Pandini non mancavano le qualità del buon fotografo. Girava con l'insperabile Leica scattando fulminei primi piani ad amici e conoscenti, cui poi faceva avere il ritratto a colori. Fu proprio la minuscola galleria di Lucchetti ad ospitare la prima mostra di Pandini su Venezia. Ci andava di frequente, spinto dalla sua passione per l'arte, ma fu del tutto occasionale la «scoperta» delle atmosfere e dei colori del Carnevale sulla laguna.

Era un gelido giorno del febbraio 1983. Camminava con la moglie Lilian quando fu circondato dalle maschere del Sabato grasso. Aveva la macchina fotografica. Incominciò a scattare. Tante Colombine, tanti Arlecchini, tanti Pierrot, ma anche tanti personaggi immaginari, in costume e bautta o anche con inverosimili travestimenti, usciti dalla fantasia di chi percorreva calli e campielli; ma non c'era ancora la folla frastornante degli ultimi anni. Pandini continuò a fare fotografie per tutto il Carnevale. Tornato a Bergamo, qualche tempo dopo Lucchetti ebbe occasione di vedere gli scatti veneziani e lo convinse ad esporli nella sua galleria.

Fu qui che il critico e studioso d'arte Pietro Zampetti li vide e, entusiasta, lo sollecitò a organizzare una mostra a Venezia. Fu un successo incredibile: ben 90.000 persone la ammirarono nell'ex chiesa di San Basso, che si affaccia su piazza San Marco. Dopo di che la mostra incominciò a viaggiare portando in giro per tutta Europa non solo le bellissime fotografie dell'ing. Pandini ma anche le immagini di uno straordinario Carnevale veneziano: Amburgo, Brema, Kiel, Copenaghen, Oslo, Stoccolma, Helsinki: sono alcune delle tappe di questo lungo tour, suscitando l'entusiasmo di decine di migliaia di visitatori.

La richiesero ben otto città della Finlandia, poi venne portata di nuovo ad Amburgo per soddisfare le tante richieste di questa città. Infine i bergamaschi poterono ammirarla al Teatro Sociale. Con questa iniziativa venne coniata la definizione di Pandini «ambasciatore di Venezia». Ma prima ancora l'ing. Pandini è stato un grande ambasciatore della «sua Bergamo. Non solo perché ha contribuito a farla conoscere a numerosi personalità del mondo dell'arte, ma perché molte volte il suo lavoro e il suo impegno sono stati determinanti per la tutela e la valorizzazione di tanti monumenti. Ci mancherà.

Pino Capellini

a.ceresoli

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