Sabato 02 Gennaio 2010

I carcerati: «Ci facevi sentire
uomini prima che detenuti»

Sono lettere di carcerati, poco più di una ventina. Sono state scritte su invito dei cappellani di via Gleno dai detenuti in seguito alla notizia della morte di monsignor Roberto Amadei. In tutte si legge la nostalgia per quel piccolo uomo che con passo svelto, un po' curvo, passava a visitarli ogni anno per Pasqua e per Natale. Chi le ha scritte ha alle spalle storie diverse di malavita, di errore, di incuria, di sfortune varie. C'è chi usa toni informali, chi si limita a esprimere condoglianze e chi invece traccia pensieri più complessi. Non tutti sono italiani. Ci sono anche nordafricani, sudamericani e c'è anche un gruppo di cinesi di cui nei giorni scorsi abbiamo raccontato la storia.

Nelle parole di Giuseppe Battiato, in carcere da 18 anni per una condanna per sequestro e omicidio, oggi in attesa della semilibertà dopo un esemplare percorso di reinserimento (una laurea in Giurisprudenza a Pavia nel 2004, pochi giorni fa il Comune di Songavazzo lo ha premiato per il lavoro svolto durante i sei mesi di lavoro in regime di articolo 21), si trova l'eco di un sentimento comune: «Ogni visita era differente. Ci lasciava sempre un messaggio nuovo, ci spronava a sperare. Ci faceva sentire uomini, prima che detenuti». Battiato poté contare sull'interessamento diretto del vescovo Amadei per una domanda di grazia che fu poi respinta dal presidente della Repubblica nel maggio 2008.

«Ricordo benissimo che durante una delle sue visite, mentre stringeva le mani, mi riconobbe, mi guardò e mi disse "Tieni duro, fatti coraggio, ti sono vicino". Per me fu un grande dono sapere che per lui non ero uno fra i tanti, che si stava prendendo cura di me». E come Battiato tanti altri impararono ad apprezzare quegli occhi vivaci, quei gesti semplici, ma carichi di affetto. Ma forse è meglio lasciare parlare loro: «Le persone che hanno avuto la fortuna di incontrarti non potranno mai dimenticare il tuo sguardo che invitava tutti a fidarsi di Dio» scrivono le detenute della sezione femminile. «Sarai sempre nel mio cuore» è il messaggio di commiato di Kamal, che lo chiama «carissimo amico».

E poi c'è il saluto di Angelo Moretti: «Ogni volta che ci incontravamo, ti tormentavo: "Roberto io sono sempre quello dell'anno scorso". Battuta che si è ripetuta per 11 anni. Ciao Roberto». Un «ciao» anche da Franco: «Ciao Roberto. Sono sicuro, anche se circondato dagli angeli, continui a pensare a noi, poveri sfortunati». «Nostro amico personale e sostenitore dei nostri bisogni»: così lo definiscono due detenuti dell'Alta sicurezza. «In tutti questi anni di carcere mi ha regalato momenti di felicità, di speranza e di amore, pur io non essendo credente» confida David Cattaneo.

Breve e incisivo, a dispetto dell'italiano stentato, il messaggio dei sei detenuti cinesi: «Ci dispiace molto di sentire la morte di vescovo e tante condoglianze dalla parte nostra, sei cinesi. Perdonateci che non sappiamo scrivere bene l'italiano e non siamo in grado di esprimere con le parole per quello che sentiamo noi dentro verso la morte di vescovo». «Grazie, grazie e grazie ancora» scrivono i detenuti della cella 9/19. Osvaldo Locatelli ricorda con i compagni di cella: «Quando dopo la Santa Messa ci consegnava il calendario e l'agendina e le cartoline per gli auguri, ci chiedeva sempre di che paese eravamo. Dicendo il nostro paese, ci dava una carezza con due dita in segno di umiltà e sento ancora il calore delle sue dita».

«Il suo sorriso mi ha dato la conferma che non bisogna mai perdere la fede e la speranza» riflette Claudio Curnis. In un'altra lettera firmata, si legge: «Ai suoi familiari: che non si rattristino perché ora è finalmente giunto tra le braccia di Dio che lo coccolerà anche per voi». Impossibile citarli tutti. Però sembra di vederli. Chi a scrivere, chi a pensare, chi semplicemente a grattar via un po' di ricordi dal tempo sempre uguale del carcere. Inseguendo il ricordo di quei passi svelti che due volte l'anno, con inesorabile puntualità, regalavano un po' di speranza a quei bracci scuri.
Paolo Doni

k.manenti

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