Mercoledì 28 Aprile 2010

Alpini: la guida ai distintivi
in edicola con L'Eco di Bergamo

Quando osserverete le migliaia di cappelli alpini che tra qualche giorno incominceranno a circolare per Bergamo, sicuramente non vi sfuggirà la presenza su quei copricapi in panno di un distintivo collocato a sinistra, dal lato della penna. Non si tratta, come si potrebbe credere, di un ornamento qualsiasi. È infatti un segno di riconoscimento del reparto di cui il proprietario di quel cappello ha fatto parte. A questo distintivo l'alpino tiene moltissimo. È lo spirito di corpo, dicono gli esperti.

Ma non basta. Mettere il cappello alpino e andare in giro mostrando a tutti la lunga penna ha un valore che va al di là del simbolismo. In quel momento l'alpino si cala nella sua parte. Non solo è consapevole di una lunga tradizione, ma vuole anche far presente che l'esperienza vissuta, le montagne da cui proviene o sulle quali è salito durante il servizio militare gli hanno dato qualcosa in più. Quasi un valore aggiunto. D'accordo, la penna nera e il caratteristico cappello rendono evidente l'appartenenza alle truppe alpine. Un alpino, anche se indossa la divisa mimetica simile a quella di altri corpi dell'esercito, è inconfondibile.

C'è poi un altro elemento che consente di identificare meglio l'alpino e che nessun'altra specialità possiede. È la nappina, il dischetto in lana che sta alla base della penna, il cui colore cambia a seconda del reparto e della specialità cui ha appartenuto. Dai marescialli in su invece è in metallo dorato; ai massimi livelli l'ufficiale sfoggia la nappina in metallo argentato. Nelle vicende dell'uniforme delle truppe alpine il distintivo ha un ruolo a sé stante. Non è indispensabile perché a distinguere il reparto basta la nappina tanto che, pur essendo accettato, non è mai stato ufficialmente riconosciuto dallo Stato Maggiore Esercito.

Il distintivo nasce nell'ambito del reparto, per consuetudine e per tradizione. Alcuni venivano fatti coniare appositamente dai comandanti di reparto per consegnargli ai più meritevoli. L'alpino lo porta sul taschino sinistro dell'uniforme e se lo tiene quando va in congedo. Per metterlo immediatamente in mostra sul proprio cappello a un raduno o a un'adunata. Non si conosce l'origine dei distintivi. I primi risalgono alla Grande guerra, forse a imitazione di quelli che le truppe austro-ungariche portavano sul loro cappello con la visiera. Della loro storia si occupano soprattutto collezionisti e storici delle uniformi. Esistono anche delle pubblicazioni di grande interesse, come quella che L'Eco di Bergamo mette in vendita in questi giorni nelle edicole. È uno strumento per appassionati, ma non può non richiamare l'attenzione di «chi desidera rivivere lo spirito di corpo e le tradizioni alpine»: l'alpino, insomma.

Il volume - Distintivi delle Truppe Alpine, di Bruno Erzeg e Graziano Galimberti, Gribaudo editore - è di 317 pagine; i distintivi raffigurati sono centinaia e centinaia, ciascuno con una scheda che ne consente la catalogazione e ne illustra la storia. Sono riportati i distintivi del 4° Corpo d'Armata, delle brigate alpine (Julia, Tridentina, Taurinense, Orobica, Cadore), della Scuola Militare Alpina, dei reparti addestrativi non inquadrati in reparti alpini.

Attraverso esaurienti pagine introduttive gli autori, noti collezionisti, consentono al lettore di avvicinarsi all'affascinante storia dei distintivi e al loro significato; per collezionisti, in corso o futuri, è la guida ideale per approfondire la conoscenza di questo singolare elemento della divisa alpina e per identificare il reparto di chi lo porta. Nelle vignette si fa grande sfoggio di aquile, di cime, di piccozze, di stemmi araldici, di cappelli alpini, in metallo o con sfondi colorati, a smalto.

Tra i distintivi più belli e semplici, quello quadrangolare, con al centro una stella alpina, del reparto d'arresto «Val Natisone» della Julia, e così pure quelli del 5° Alpini e, in particolare, del Tirano, con l'inconfondibile artiglio d'aquila su uno smagliante fondo rosso, che è poi il colore della nappina del battaglione. Ma qui giochiamo in casa nostra, perché si tratta di reparti dell'Orobica.

P. C.

a.ceresoli

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