Giovedì 02 Dicembre 2010

Il mago delle orchidee
cerca erede col pollice verde

Una vita per le orchidee. È Alfrisio Di Vita, toscano di Montecatini trapiantato con successo sui colli di Scanzo: le sue orchidee le conosce una per una. Botanico del Fab, il gruppo Flora alpina bergamasca, possiede una delle più belle collezioni in Italia, assicura Gabriele Rinaldi, direttore dell'Orto Botanico «un patrimonio scientifico immenso».

Ne ha di ormai scomparse in natura, come la vanda cerulea del Sikkim, depredata dai giapponesi, o certe cattleye distrutte dai brasiliani insieme al resto della foresta amazzonica. Un'orchidea assomiglia a un insetto, per meglio attirarli per l'impollinazione. Un'altra misura un millimetro e mezzo, si guarda con una lente. C'è anche quella nera, resa famosa da Nero Wolfe. Ci sono piante che vengono dal Tibet, dalle Ande, dalla Nuova Zelanda, dal Messico, dalla Tanzania e dal Madagascar.

Di Vita, dirigente in pensione della Toshiba medicali, ha cominciato a coltivare orchidee nel 1978. «Visitando un orto botanico dello Sri Lanka mi sono trovato in una galleria di fiori di ogni forma e colore che scendevano a cascate. Non sapevo nulla di orchidee, mi sono innamorato».

«La mia preoccupazione – racconta Di Vita – è che cosa succederà alla collezione quando non potessi più occuparmene. All'estero esistono orti botanici che si ingrandiscono con le collezioni private, ma in Italia no. A Bergamo il direttore Gabriele Rinaldi, dispiaciutissimo, mi ha detto che non è in grado di accettarla. Se si considera la qualità degli esemplari, solo una decina di collezioni al mondo sono più pregiate di questa».

«Di Vita ha ragione – conferma Rinaldi – la sua collezione è eccezionale per biodiversità e valore. Sarebbe un sogno poterla acquisire e per Bergamo un grande valore culturale e turistico. C'è anche una collezione privata di piante grasse che ci è stata offerta. Entrambi i collezionisti sarebbero disposti a cedere le piante gratuitamente, in cambio della conservazione. Ma non abbiamo le serre».

Tutto il racconto e i dettagli su L'Eco di Bergamo del 2 dicembre

r.clemente

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