Domenica 01 Maggio 2011

Quando Wojtyla alla Fara
si strinse a 50 mila ragazzi

«Guardo attorno a me e vedo la primavera. Vedo il verde della natura e la primavera, che siete voi». «Si vede, si sente che voi siete bergamaschi». Due frasi, due semplici frasi, e bastarono a scatenare l'entusiasmo dei giovani. La prima Papa Wojtyla la pronunciò alla Fara, dove si erano raccolti 50 mila ragazzi e giovani provenienti da tutta la Bergamasca. La seconda poche centinaia di metri più in là entrando in Seminario, sul colle di San Giovanni, accolto dalle grida di gioia dei seminaristi.

Meteorologicamente parlando la giornata del 26 aprile di trent'anni fa, fu un disastro. In vista della visita di Papa Giovanni Paolo II a Bergamo e al Sotto il Monte, ancora prima della vigilia si era incominciato a scrutare il cielo e scorrere i bollettini meteo. Il responso era sconfortante; non nuvole e sole, come capita di frequente ad aprile, ma brutto tempo diffuso: acquazzoni alternati a pioggerelle, vento freddo, una densa umidità a velare l'orizzonte.

Ma nemmeno le condizioni più avverse riuscirono a velare l'eccezionalità di quella presenza e l'emozionante abbraccio con i bergamaschi. Alla Fara, uno dei luoghi «clou» della visita, il prato era pieno di pozzanghere, il cielo sembrava promettere istante dopo istante altri scrosci, eppure c'era chi era arrivato lì già alle 5 del mattino.

Niente avrebbe fermato tutta quella folla che aveva incominciato a raccogliersi fin dalle prime luci del mattino, coprendo a piedi un bel pezzo di strada fin dall'estrema periferia cittadina, dove il severo servizio d'ordine bloccava ogni tipo di veicolo e controllava tutti gli accessi. Ovunque volti sorridenti, striscioni, canti. Salvo i più fortunati nelle prime file, molti avevano dovuto accontentarsi di osservare la figura del Papa da lontano, ma subito individuabile per il mantello rosso agitato dal vento.

Per migliaia e migliaia di bergamaschi a Sotto il Monte, a Bergamo bassa e poi in Città Alta l'incontro con il Pontefice fu e resta un evento indimenticabile. Poco più di tredici ore. Tanto è la durata della visita di Papa Wojtyla, dall'arrivo all'aeroporto di Orio al Serio alla sua partenza, avvenuta con un sensibile ritardo perché il Papa, sfuggendo al rigido programma, dopo la Messa celebrata sul grande altare innalzato nel centro di Bergamo bassa si era avviato verso il settore dove erano allineati i malati.

Era passato da una brandina all'altra benedicendo e parlando con ognuna delle persone sofferenti, che pazientemente avevano atteso, in qualche modo protetti dai teli e dagli ombrelli. Ci si può immaginare l'ansia dei responsabili dell'organizzazione e della sicurezza nel constatare che, complice anche la cappa di nuvole, l'oscurità stava rapidamente calando impedendo l'utilizzo dell'elicottero che avrebbe dovuto trasportare il Papa da Bergamo a Orio.

Il volo fu sostituito da una corsa in auto fino all'aeroporto, dove era in attesa il DC 9 dell'Aeronautica Militare, lo stesso che lo aveva portato al mattino da Roma. Il carrello del velivolo – raccontano le cronache de L'Eco di Bergamo che seguì ogni istante della visita e ne descrisse fedelmente ogni momento – staccò le ruote dalla terra di Bergamo alle ore 20,50. Da dietro le transenne e dalle vetrate della minuscola aerostazione una piccola folla agitò le braccia e i fazzoletti fin quando il velivolo restò visibile.

C'era, per quest'ultimo commiato, il compianto vescovo Giulio Oggioni e, tra le autorità, il ministro Filippo Maria Pandolfi. Dal cielo ormai buio scendeva un ultimo scroscio di pioggia. Era andata un po' meglio al mattino, all'arrivo all'aeroporto per quello che formalmente veniva definito uno scalo tecnico. Un ristretto gruppo di autorità, tra cui lo stesso monsignor Oggioni, aveva porto il primo saluto al Papa nel breve tragitto tra il DC 9 e l'elicottero con destinazione Sotto il Monte.

L'inizio ufficiale della storica visita era stabilito nel paese natale di Giovanni XXIII, dove Giovanni Paolo II avrebbe compiuto la visita-pellegrinaggio ai luoghi del grande Predecessore che dichiarò poi Beato il 3 settembre del 2000. Dalle 8,45 alle 13. Poco più di quattro ore, intensissime, nei luoghi che hanno visto nascere e formarsi la personalità, umana e cristiana, di Giovanni XXIII. C'erano tutti gli abitanti del paese ad accoglierlo, assieme ai numerosi componenti la famiglia Roncalli, alle autorità della zona, oltre a moltissimi pellegrini, tra cui numerosi che avevano colto questa speciale occasione per raggiungere Sotto il Monte anche da altre nazioni.

E a questa folla che lo aveva accolto con un entusiasmo coinvolgente il Papa aveva indicato in Angelo Giuseppe Roncalli l'esempio di vita e di preghiera, salutandolo come un «buon amico» da ascoltare e da seguire. Dall'umile dimora contadina di Brusicco - di fronte alla quale Giovanni Paolo II aveva esclamato «questa è una vera casa» - allo spiazzo della Fara, sul colle di Bergamo. Momenti che resteranno per sempre nella memoria, di grande emozione.

Come l'abbraccio del Papa alla mamma di Pierina Morosini, il discorso uscito fin dall'inizio dagli schemi dell'ufficialità per un dialogo in diretta con i giovani, e ancora l'abbraccio ai bambini accorsi sul palco passando per l'angusto varco tra le transenne. Gesti di toccante spontaneità, come quando volle accanto a sé monsignor Andrea Spada, indimenticabile direttore del nostro giornale. Dopo la Fara la salita al Seminario. Un altro incontro con i giovani e il loro contagioso entusiasmo.

Poi, senza quasi un attimo di sosta, di nuovo in cammino per raggiungere la Cattedrale: i battenti erano stati aperti alle ore 14, ma già sacerdoti, religiosi, religiose, cui si aggiunsero poi i seminaristi, erano in attesa da tempo; gruppi di suore, nel timore di restare escluse, avevano incominciato a raccogliersi dalle 9. Un'attesa andata oltre il previsto perché sotto una pioggia sempre più fitta, l'ingresso di Papa Wojtyla avvenne verso le 16,45. Dalla Cattedrale a Bergamo bassa per la Messa sull'altare al centro della folla che stipava ogni angolo del Sentierone e si accalcava tra Porta Nuova e viale Roma. Qui, all'Omelia, l'ultimo dei ben sei discorsi tenuti da Giovanni Paolo II quel giorno in terra bergamasca.

Un unico filo conduttore da cui balzava evidente la continuità senza fratture tra il Papa polacco e il Papa bergamasco, nella fedeltà al Vangelo e ai segni dei tempi: «Era giusto e doveroso che il Successore di Papa Giovanni venisse qui per meditare sul suo messaggio e respirare la sua spiritualità».

Pino Cappellini

m.sanfilippo

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